Renato Gherardini ricorda la gioventù segnata dalla guerra. Quando anche i gatti finivano in padella
di Laura Solieri
Piazza Grande 1943: venti cadaveri stesi a terra e un ragazzino soprannominato Ciro, nomignolo datogli dalla mamma perché appena nato aveva un solo ricciolo in testa e assomigliava tanto a Cirillino del Corrierino dei Piccoli.
«Avevo 13 anni e lavoravo presso un artigiano eletromeccanico: venivo da via Selmi e stavo tornando a casa da lavoro, direzione Crocetta, dove abitavo. A pochi metri di distanza vidi distesi in piazza venti cadaveri che in seguito scoprii essere in parte di partigiani e in parte di detenuti, fucilati dai fascisti che stavano dinnanzi a loro con il mitra a tracolla e un fare baldanzoso che non riesco a dimenticare, cerando di provocare reazioni nella gente radunatasi intorno ai morti. A quel punto cambiai strada per non passare di lì, ebbi paura dei brigatisti e inoltre avevo una certa reticenza nel vedere questa gente massacrata» racconta Renato Gherardini, classe 1930, che nella vita è stato operaio e sindacalista.
«Per i modenesi la guerra comincia a farsi sentire per davvero alla fine del 1941, quando vennero drasticamente meno i sostentamenti alimentari: si mangiava un etto e mezzo di pane al giorno e mi ricordo che per questo la gente avevano anche inventato una canzoncina sulle note di Lili Marleen che faceva: “Cosa mai sarà di me con un et e mes ed pan al dè…”. Ad ogni cittadino fu consegnata dai fascisti una tessera alimentare che serviva per comprare pane, carne, olio, sale e tutti i generi: tante tessere di colore diverso per ogni genere alimentare. La gente l'8 settembre del 1943 si è ribellata anche per queste ristrettezze: si moriva letteralmente di fame».
La situazione era a tal punto drammatica, che si rese necessario tutelare la vita dei gatti. «Ricordo una disposizione del Prefetto della Provincia di Bologna (che entrò in vigore anche a Modena) che vietava l'uccisione dei gatti per l'utilizzazione delle pelli, dei grassi e delle carni: fu fatta là, perché Bologna era più vicina al fronte e i bombardamenti erano più frequenti, per punire coloro che mangiavano i gatti perché, eliminandoli, i topi avrebbero imperversato portando delle malattie».
Ma nonostante tutto, anche di un periodo così buio qualche ricordo piacevole rimane e riaffiora alla mente di Renato regalandogli un sorriso che spazza via la commozione.
«Un ricordo piacevole che lego alla zona dove abitavo, alla Crocetta, risale all'immediato dopoguerra, quando tornarono a casa partigiani, soldati e sopravvissuti dai campi di concentramento: con questi costituimmo una corale, !Il coro della Villa d'Oro”, che imperversò per diversi anni. Il nostro maestro era un dipendente comunale, Giovanni Zanghieri, e c'eravamo perfezionati a tal punto che facemmo anche delle trasferte: ci esibimmo all'Alfieri di Torino e anche al Cinema Adriano di Roma in occasione della raccolta delle firme per la pace nel 1950, alla presenza di deputati, senatori e ministri. Eravamo in una quarantina abbondante (avevamo riunito anche altre zone della provincia), tutti uomini, e la corale era nata cantando di sera fra di noi canzoni del dopoguerra, inni nazionali, alcuni pezzi d'opera (che non sapevamo nemmeno a quale opera appartenessero!): si mangiava un panino all'osteria, si beveva un bicchiere e si cominciava a cantare. La corale si sciolse nel 1952, mentre ero a militare, perché un maestro “vero” sentite le voci, propose di abbandonare il livello amatoriale per puntare a un impegno maggiore: il gruppo non se la sentì e la compagnia si sciolse».