Materie prime bloccate nei porti e tagli alle forniture industriali di gas metano La Cgil: «È ora di ripensare i processi produttivi legandoli alle energie rinnovabili»
Un gelido inverno che porta anche a livello produttivo, nel distretto della ceramica, una contrazione, anche e soprattutto per la mancanza di gas metano. Le chiusure dell’erogazione del gas metano alle aziende, infatti, hanno provocato già diverse misure che, in particolare, danneggiano aziende e lavoratori. Alcune aziende hanno fatto ricorso alla cassa integrazione straordinaria, altre si sono viste costrette a ricorrere a ferie anticipate, con la conseguenza che in futuro, il lavoratore, non ne avrà a sufficienza e in questo momento non ne fruisce, vista la situazione meteorologica. Gli accordi sottoscritti tra il consorzio per l’energia delle aziende associate a Confindustria ceramica, vantaggioso per alcuni anni, stavolta non ha dato i risultati sperati. Ed allora, ciò che è contenuto nel protocollo, che prevede la possibilità per il gestore di interrompere per 6 settimane l’erogazione, con sole 24 ore di preavviso, si è rivelato un boomerang. A farne le spese, come detto, anche i lavoratori. Ecco cosa ne pensa a proposito, la segretaria Filctem- Cgil Manuela Gozzi. «Le cause che hanno portato alla fermata di alcuni stabilimenti per la produzione di piastrelle – dice – sono diverse. Da una parte la mancanza di materie prime, ferme nei porti, primo dei quali Ravenna; dall’altra il problema neve di queste due settimane unito ad una diminuzione dell’erogazione del gas metano, per evitare problemi alla popolazione. I lavoratori interessati, come è stato già fatto in occasioni analoghe in altri settori, hanno fruito di accordi che rientrassero nello status di cassa integrazione straordinaria (in quelle aziende che già avevano aperta una situazione di quel genere per ristrutturazione dei propri stabilimenti) oppure si sono trovate soluzioni singole per stabilimento». Tra queste, non avvalorate dai sindacati, ma realisticamente adottate in qualche azienda, c’è appunto quella delle ferie anticipate, per evitare ulteriori abbassamenti di stipendio. «In ogni caso – continua Gozzi – questa situazione ha messo in evidenza che l’accordo che è stato sottoscritto dal consorzio di acquisto del gas metano, ha dei limiti. Una soluzione è quella di tornare a prendere in considerazione le energie rinnovabili, per far fronte al quotidiano ma anche ad eventi straordinari come questo di carattere meteorologico. L’accordo di acquisto consorziato, da una parte ha fatto calare il prezzo del metano, abbassando anche il costo di produzione, ma per il resto non ha risolto il problema dell’utilizzo di una fonte di energia che costa tantissimo». Non sono dunque alcune decine di centimetri di neve a fare la differenza ma la mancanza di fonti rinnovabili e strutture adeguate. Non è così? «Credo che 40 o 50 centimetri di neve – conclude Manuela Gozzi – non siano da fine del mondo. Piuttosto possono una volta di più far riflettere quegli attori che hanno la possibilità di decidere per il futuro. Ripeto che il futuro dovrà essere collegato all’utilizzo di energia rinnovabile. A queste dovranno essere abbinate anche e soprattutto infrastrutture di mobilità adeguate. La mobilità in entrata e uscite delle merci, come materie prime, accessori e prodotto finito, è di importanza vitale. Altrimenti, come in questi giorni, a pagare saranno sempre le fasce più deboli: i lavoratori, con decurtazione dello stipendio».