Il pm Musti: «Iscrizioni anomale? Meglio non sottovalutare i rischi»

Il magistrato racconta come la politica possa essere condizionata da personaggi legati alle cosche «Anche se non c’è reato nel tesseramento, quello è un possibile canale per le infiltrazioni criminali»

    di Giovanni Tizian

     

    Liste di iscritti “sgraditi”, iscritti sospetti o coinvolti in indagini antimafia. Tessere che improvvisamente si quintuplicano. Con il primo congresso alle porte, la situazione per il Pdl modenese si complica. Sul “partito dell’amore” soffia un vento di guerra.

    Non è la prima volta che sul banco degli imputati finiscono i metodi utilizzati per il tesseramento. Negli anni abbiamo assistito a pratiche che di democratico hanno ben poco. Ne sa qualcosa Lucia Musti, un passato alla Dda di Bologna e oggi Procuratore aggiunto della Procura di Modena. A cavallo tra il 2002 e il 2003, ha scoperto l’inganno. E ha portato a processo alcuni eletti e loro collaboratori per avere autenticato firme false di cittadini sulle liste di presentazione dei candidati alle elezioni politiche del 2001. Ai tempi il senatore, ex ministro, Carlo Giovanardi l’accusò di «distogliere la polizia giudiziaria da inchieste più serie». Una questione morale che la politica non sembra in grado di risolvere.

    La sua valutazione sulla vicenda del tesseramento Pdl è netta: «Se arrivasse un esposto su quanto pubblicato dalla stampa, non ci sarebbero spazi per compiere alcun tipo di accertamento, in quanto non si ravvisano ipotesi di illiceità. Non tutti i campani sono affiliati ai clan, altrettanto dicasi per le numerose imprese edili». La semplice iscrizione di un affiliato al clan, così come l’aumento esponenziale dei tesserati, non sono reati. Ma se dietro il tesseramento selvaggio si nascondono pressioni per condizionare la libertà di voto, questo sarebbe reato.

    Nel nostro Paese è capitato più di una volta che partiti gonfiassero il tesseramento, anche con tessere fasulle. Se si provasse una cosa del genere cosa succederebbe?

    «Sarebbe un problema scoprire le tessere fasulle, perché vuol dire che si fa numero sul nulla. Si tesserano persone inesistenti, o persone che magari sono in condizioni psicofische tali da non contare nulla. Sarebbe una vittoria basata su un falso consenso, che è quello delle persone inesistenti, con grave danno per la democrazia Malati con patologie neurologiche degenerative, o addirittura in coma farmacologico. Nel nostro sistema democratico questo nodo del tesseramento gonfiato e delle firme false a sostegno delle liste è emerso numerose volte».

    Si riferisce all’indagine che ha coordinato lei quando era sostituto a Bologna?

    «Era il 2002-2003, quando mi occupavo di reati contro la Pubblica amministrazione. Si scoprì, grazie a una gola profonda, che un importante partito politico aveva fatto firmare la lista di presentazione dei candidati alle elezioni politiche nazionali, a persone morte o gravemente malate, o molto anziane. Il metodo era semplice: apponevano la firma falsa di queste persone, e presentavano documenti falsificati. Questo creò un caso politico anche perché si scoprì che non era un problema solo di quel partito, ma un’escamotage al quale ricorrevano diverse sigle politiche dell’arco parlamentare. E la cosa grave è che facevano ricorso a questi metodi da sempre. Per questo allargai il tiro dell’indagine. E così il caso di un partito divenne comune a tutti, trasversale. Ottenni il rinvio a giudizio. Il reato contestato era un falso generico regolamentato dal codice penale che prevedeva una pena da uno a sei anni, non esisteva un reato ad hoc. Ma alla fine si risolse come spesso, purtroppo, accade in questo Paese, con l’emanazione di una legge che, nello specificare la condotta della falsificazione delle firme nella presentazione delle liste elettorali, regolamentò la fattispecie come illecito amministrativo: fatta la legge, trovato l’inganno...».

    In molti definirono quella legge “assoluzione politica” e Arturo Parisi, all’epoca in quota Margherita, la chiamò “sanatoria ad personam”.

    «L’unica soddisfazione dopo tanto lavoro fu il rinvio a giudizio disposto dal gip di Bologna nonostante l’imminente depenalizzazione».

    Mettiamo che una tessera venga pagata due milioni di euro, o sia pagata la tessera di qualcuno, si potrebbe configurare il finanziamento illecito ai partiti?

    «Il fatto che qualcuno paghi le tessere d’iscrizione a un partito non è reato, ma potrebbe essere prodromico di altri reati, come il voto di scambio, nel senso che se il cittadino viene tesserato e inserito in un contesto partitico si trova moralmente costretto a votare quel partito. Dal punto di vista etico è gravissimo perché mina alle basi la democrazia. Diventa una falsa democrazia, per cui il voto perde valore».

    La corsa al tesseramento. È un momento delicato nella vita dei partiti. Potrebbe essere l’attimo che i clan scelgono per entrare nella politica?

    «È un rischio reale. Certo non si può impedire a un cittadino di non iscriversi a un partito. Ma diventa allarmante quando in un territorio si registra un affluenza che proviene tutta da uno stesso comune-bacino. Un esempio: se a Palermo arrivano duecento tessere da un quartiere a rischio e se tutti gli iscritti sono nullatenenti o disoccupati, è facile pensare che la mafia abbia offerto o promesso quei servizi che spesso lo Stato nega (lavoro, assistenza sanitaria ecc.) in cambio del voto. Si tratta di uno scambio che ha vari livelli. Si va dall’offerta del pane alla sistemazione futura. Anche al nord può diventare un problema, abbiamo visto che tutto il settentrione è oggetto di penetrazione mafiosa. E sicuramente anche qui il tesseramento può essere un veicolo di infiltrazione. La volontà di garantirsi amici nelle amministrazioni per ottenere favori utili all’organizzazione è un aspetto che emerge in tutto il Paese, non solo al Sud».

    E la corruzione in tutto questo?

    «La corruzione diventa lo strumento principe per avvicinare i due mondi, clan e politica. È quello che chiamo tavolino a tre gambe: politica, mafia e imprenditoria, l’elemento che li salda è la corruzione».

    Unioni perverse tra mafia e politica anche qui in regione e provincia?

    «Risultati investigativi in questo senso al momento non ce ne sono, ma il problema non va sottovalutato».

    Se non direttamente sui politici, i clan possono esercitare pressioni su influenti gruppi imprenditoriali che a loro volta pesano nelle trattative con la politica, il risultato cambia?

    «Il risultato è lo stesso, si tratta in ogni caso di mettere in moto un sistema che consente alla criminalità organizzata di fare affari».

    12 febbraio 2012

    Lascia un commento

    Altri contenuti di Cronaca

    Trova Indirizzi Utili

    Annunci

    • Vendita
    • Affitto
    • Casa Vacanza
    • Regione
    • Provincia
    • Auto
    • Moto
    • Modello
    • Regione
    • Regione
    • Area funzionale
    • Scegli una regione
    Tutte

    PROMOZIONI

    Negozi

    ilmiolibro

     PUBBLICITÀ