Così la ’ndrina Longo–Versace è approdata a in città, a Bologna e a Reggio. Grazie a imprenditori e professionisti locali
Confusi tra la nebbia che avvolge la via Emilia, gli affari della cosca Longo-Versace di Polistena, paese della provincia di Reggio Calabria, sembravano al sicuro. Ma poi è arrivata la Procura antimafia reggina che ha svelato i prestanome e i referenti emiliani del clan di Polistena, con le mani in pasta, o forse è meglio dire nei tortellini, nell’economia bolognese e modenese. L’indagine risale al 2011, 35 gli arrestati. E ora alle porte c’è il processo che si terrà a Palmi, una cinquantina di chilometri da Reggio Calabria. Quel filone però non si è chiuso.
In una Bologna tormentata dalla bufera di neve, la settimana scorsa è arrivato l’ordine di sequestrare la società “Arcoverde costruzioni”. Un fatto che riguarda uomini del clan legati al territorio modenese. La richiesta di sequestro è partita dalla Questura di Reggio Calabria e del commissariato di Polistena. Misura di prevenzione che ha riguardato anche altre società con sede in Calabria.
L’impresa in questione, secondo gli investigatori, è riconducibile al boss Vincenzo Longo, a capo del clan. I prestanome sarebbero Emanuela Lupi e Paolo Pizziolo, la prima bolognese e il secondo nato in Belgio. Ma come ha fatto il capoclan Longo a intercettare questi imprenditori bolognesi? Semplice: tramite Michele Fidale, cognato del mammasantissima Vincenzo Longo, e «inserito a pieno titolo nella cosca Longo-Versace», recitano le informative. Fidale prima di agganciare i due bolognesi, era titolare assieme ai figli (anche loro “organici” alla ’ndrina) della “Corf” di Bologna, ditta che ha lavorato in subappalto alla realizzazione del Palazzo di giustizia di Reggio Calabria. A marzo 2007, per il timore di sequestri patrimoniali e per facilitare il rilascio della certificazione antimafia, il cognato del boss cede le quote della Corf all’Arcoverde costruzioni, gestita ufficialmente dalla bolognese Lupi e da Pizziolo. Che di fatto, scrivono gli investigatori, è un clone della Corf e quindi di proprietà della cosca Longo.
L’imprenditore Michele Fidale, che è imputato a Palmi nel processo “Scacco Matto” insieme ai figli, è legato al territorio modenese. Vive tra Modena e Bologna. E a Rubiera può contare su Antonino Napoli. Un amico. Ma anche imprenditore dell’autotrasporto, e non solo, indagato per la compravendita del titolo finanziario da 870 milioni di dollari intestato all’ex dittatore indonesiano Sukarno.
In quell’indagine coordinata dalla Procura antimafia di Reggio Calabria, poi trasmessa per competenza a quella di Bologna, compaiono professionisti modenesi e lo stesso Fidale. Da quelle carte emerge lo stretto rapporto tra Fidale, Napoli e uno dei professionisti modenesi, Paolo Baccarini. Che nel 2010 (un anno prima che venisse indagato) ha ricoperto il ruolo di liquidatore di una delle società di Antonino Napoli.
Più che i cognomi in provincia di Modena parlano i rapporti societari. Relazioni che dalla Piana di Gioia Tauro, provincia di Reggio Calabria, si snodano lungo il Paese e in Emilia: tra Modena, Bologna e Reggio Emilia le imprese dei clan si mescolano tra le numerose attività imprenditoriali, passando inosservate. Società immobiliari e di costruzioni, come ce ne sono tante a Modena e provincia. A delineare il profilo degli imprenditori e dei loro complici ci pensano gli atti degli investigatori antimafia calabresi. Dove si legge che Nino Napoli è il cognato di Pasquale Mercuri, «uno dei più importanti elementi della criminalità organizzata di Melicucco (Piana di Gioia Tauro ndr)». Pasquale Mercuri è stato indagato nell’inchiesta “Arca” della Dda di Reggio Calabria sulle infiltrazioni della ’ndrangheta nei lavori della Salerno-Reggio Calabria, l’autostrada dai cantieri eterni. L’anno scorso Mercuri è stato prosciolto da tutte le accuse che gli erano state sollevate in quel processo dove comparivano come indagati anche dirigenti di Condotte D’Acqua Spa, il colosso delle costruzioni italiane, e boss di primo piano delle ’ndrine della piana di Gioia Tauro.
Gli interessi di Pasquale Mercuri non si fermano in Calabria, ma raggiungono la provincia di Modena. Fino al gennaio 2011, come già raccontato dalla Gazzetta, il suo nome compariva in una società immobiliare di Modena dove poi lo ha sostituito il figlio Luciano, incensurato e mai indagato. Lo stesso Luciano Mercuri è socio in una delle due imprese della moglie di Rocco Antonio Baglio, l’Unione Group di Fiorano. La società balzata agli onori delle cronache dopo l’indagine in cui sono coinvolti Luigi Ralenti, sindaco di Serramazzoni, e Baglio. L’ipotesi su cui indagano gli inquirenti è corruzione e turbativa d’asta. Un’indagine quella Ralenti-Baglio che inizialmente è stata inviata alla Procura antimafia di Bologna, in quanto veniva contestato l’articolo 7- l’aggravante di avere agito con metodo mafioso o favorendo la mafia. Bologna però l’ha rispedita ai magistrati modenesi, non ritenendo fondata l’ipotesi della mafiosità. In realtà, da quanto è in grado di rivelare la Gazzetta, ci sarebbero in quell’indagine episodi di violenza e di estorsioni che richiamano al metodo mafioso. Tuttavia nessuno parla e gli imprenditori coinvolti negano le pressioni.
Rapporti societari che ricollegano la pianura modenese alla piana di Gioia Tauro. E se la cosca Longo-Versace ha un peso nello scacchiere di potere della ’ndrangheta, ancora più prestigio criminale hanno i clan con cui è alleata: Bellocco, Pesce, Molè, Piromalli. Casati che dominano il Porto di Gioia Tauro (dove arrivano la cocaina del sud america e le merci cinesi), spartiscono i subappalti della Salerno-Reggio Calabria tra le varie cosche, gestiscono centri commerciali e imprese agricole. I sovrani di questi clan hanno fatto la storia della ’ndrangheta imprenditrice. Un potere che si estende fino in Emilia, Lombardia, Liguria e supera i confini arrivando in Francia. Come raccontano le indagini dei finanziari di Milano. Che scavando negli intrecci della ’ndrangheta lombarda, si sono imbattuti in un titolare di un’impresa modenese legato ai clan della Piana di Gioia Tauro, che traffica cocaina sull’asse Modena-Milano-Francia. È un legame che torna spesso quello tra i clan emiliani e lombardi. E forse non è un caso. Potrebbe voler dire che la ’ndrangheta in Emilia si è data qui strutture organizzative come nella vicina Lombardia.