Arrestato broker: riciclava soldi dei boss

È Gianluca Giovannini di Nonantola, ai domiciliari la moglie. Facevano anche truffe e usura per conto di famiglie calabresi

    di Giovanni Tizian

     

    Un broker nel settore nautico con diversi rapporti in banche sammarinesi. È il profilo di Gianluca Giovannini, arrestato ieri su richiesta della Procura antimafia di Milano insieme ad altre ventitre persone, tra le quali spiccano boss di primo piano della ’ndrangheta. Le accuse vanno dall’estorsione alla truffa fino al riciclaggio di denaro sporco. Chiesto dal pm il sequestro di beni per cinque milioni di euro. Un’indagine che svela i rapporti della ’ndrangheta con una coppia originaria del Bolognese ma residente a Nonantola. Lui è Giovannini, lei è Gabriella Zanotti, la moglie del broker indagata solo per truffa e per la quale sono stati concessi i domiciliari. Zanotti è titolare della “Golden Sea” con sede a Nonantola. Per il marito le ipotesi di reato sono diverse, dalla truffa all’estorsione fino al riciclaggio.

    Nell’ordinanza di arresto si legge che la cosca dei Facchineri - piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria - «si avvaleva per il riciclaggio dei due soci Orlando Purita e Gianluca Giovannini». Ma non finisce qui perché secondo gli investigatori, i due si sono rivelati «riciclatori professionisti tanto da servire anche un’altra cosca , quella dei Mancuso». E i Mancuso, ’ndranghetisti potenti, sono quelli che hanno i contatti con i narcotrafficanti colombiani. In grado anche di penetrare, con i propri capitali, come hanno dimostrato alcune indagini del 2011, nelle casse sicure e discrete di un istituto bancario di San Marino.

    I rapporti tra Giovannini e i boss Vincenzo e Giuseppe Facchineri iniziano nel 2007. In quell’anno affidano 90mila euro al broker di Nonantola e al suo socio Purita. Nel 2008 avrebbero ricevuto altri 104 mila euro, questa volta da parte del clan Mancuso. A loro volta i due soci, Purita e Giovannini, avrebbero riutilizzato i soldi delle ’ndrine per una serie di operazioni di prestito ad altri soggetti, «con un tasso di interesse mensile del 20 per cento... fungendo praticamente da mediatori» tra i boss e le vittime di usura. Di quel 20 per cento, secondo gli investigatori, a Giovannini e al suo braccio destro rimaneva una provvigione mensile del 5%, il restante 15% tornava in tasca ai “padrini” finanziatori.

    «Ascolta, visto che vedi Peppe... se ha per mercoledì o giovedì previa mia conferma un ventimila»: è Giovannini che chiede a Purita di domandare al boss 20mila euro. «Quando gli altri rientrano ripartiamo per un po’ così lo rendiamo felice». Nuovi clienti che possono fare contento i capi cosca. Questo, secondo gli investigatori, è il senso del dialogo intercettato. Non si fanno molti problemi a parlare apertamente al telefono i due procacciatori d'affari. «Comunque ho due clienti che in verità poi è sempre uno… Per un ventimila». Purita e Giovannini parlano di affari e di soldi, e gli investigatori ascoltano. «Ieri mi ha chiamato l'amico nostro». “L'amico nostro” o il “buon Peppe” non è altro che Giuseppe Facchineri, il capo ’ndrangheta.

    Ma sono consapevoli Purita e Giovannini chi sono i loro interlocutori? I magistrati inseriscono un’intercettazione per dimostrare la loro piena consapevolezza: «Ci prendiamo la zona dei Piromalli e dei Facchineri (due cosche di ’ndrangheta, ndr), cioè praticamente ci prendiamo noi tutta la Calabria». Così Giovannini che in tono ironico stuzzica Purita. Una battuta, certo. Ma che secondo gli investigatori «evidenzia la piena consapevolezza». La ’ndrangheta la conoscono bene, anche perché i due soci guardano i documentari sull'argomento. E infatti, dopo un programma in televisione, Giovannini chiama Purita e gli dice di avere visto in un programma «San Luca, giù in Calabria». La risposta di Purita? «Minchia». E Giovannini aggiunge che in quel piccolo paese dell'Aspromonte c’è «la guerra tra gli Strangio e i Vollari (Vottari, ndr), perché non ci inseriamo io e te? Facciamo una banda?». Il socio ride, ma Giovannini incalza: «Che ridi, sto parlando seriamente… Io faccio il capo mandamento e prendiamo quella zona lì». E Purita più cauto gli dice che secondo lui è «meglio lasciare stare». Ma Giovannini non molla: «Ci spingiamo sullo Ionio e andiamo a prendere la zona dei Piromalli e dei Facchineri».

    Tra il serio e l'ironico, i due continuano a raccontare episodi di vita quotidiana, vissuta tra boss, affari e traffici. «C’era questo calabrese che quando mi ha visto mi ha baciato si è sdraiato per terra e si è messo a disposizione», racconta Purita al socio di Nonantola, che gli chiede il motivo di tanti ossequi. La risposta di Purita: «Mi ha visto una volta a casa di quello (del boss, ndr), sono arrivato io e ha mandato via lui per parlare con me». «Grande» commenta Giovannini.

    Ma i due soci presunti “riciclatori” del clan avrebbero agito anche in maniera autonoma, truffando alcuni imprenditori del settore nautico. Per raggiungere lo scopo si sarebbero avvalsi dell’aiuto di un carabiniere di Monza, arrestato nell’operazione con l’accusa di corruzione, che gli forniva in cambio di denaro notizie riservate e sensibili (tratte dalla banca dati della forze dell'ordine) sugli imprenditori vittime delle truffe.

    Da febbraio a settembre 2008 i due avrebbero realizzato sei truffe, per un ricavo di 430mila euro. Le vittime tutti imprenditori della nautica. Il metodo? Purita si fingeva un capitano della Finanza, Giovannini assumeva informazioni sulle società da spolpare. A queste proponevano modalità per evitare di pagare tasse e per bloccare i controlli, in cambio di questa “millantata protezione” gli imprenditori pagavano una tassa, che assomiglia molto a un “pizzo”.

    03 marzo 2012

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