Così la ’ndrangheta sfrutta il business delle slot machines

Un tempo erano i casalesi a fare buoni affari nel Modenese, ma ora un’inchiesta partita in Lombardia descrive un’altra realtà: i calabresi si sono specializzati nel noleggio e forniscono pure le consulenze

    di Giovanni Tizian

    L'Emilia come Las Vegas. Modena come Nova Gorica, sede del più grande casinò d'Europa. Gli emiliani amano il gioco d'azzardo. Tutto legale sia ben chiaro. È il gioco offerto dallo Stato. Dopo Lombardia e Lazio, la terza regione in cui le video slot (qui videogiochi che si trovano in bar, tabaccherie, pub o in appositi casinò slot) fagocitano più denari è l'Emilia Romagna.

    Secondo i dati dei Monopoli dello Stato, a febbraio 2012 in regione sono stati giocati oltre 331 milioni di euro, a cui si aggiungono altri 90 milioni spesi per i giochi a distanza, cioè i poker online. In totale si superano 420 milioni giocati in un solo mese. Modena occupa la tredicesima posizione per giocate, secondo i dati sul 2011. Si piazza dopo Milano e molto prima di Roma, Napoli e Torino, città ben più popolose. La stima procapite è di 1224 euro, le giocate complessive pari a 799milioni nel solo anno passato. Al terzo posto c'è Rimini, al nono Reggio Emilia, al quattordicesimo Parma. Quattro province emiliano romagnole tra le prime 15 classificate in questo speciale elenco dell'azzardo.

    Dati che raccontano una realtà insidiosa, fatta di dipendenza e business dorati per le mafie. Tabacchini, bar, locali di ogni genere trasformati in piccoli casinò. È l'epoca del gioco diffuso, possibile in ogni dove, e visto come unica salvezza alla mancanza di certezze economiche. Operai, pensionati, studenti. Il settore affascina, e cattura laddove l'insicurezza economia e sociale è maggiore. Soprattutto in tempi di crisi, che non sembra avere rallentato le giocate.

    Nel 2011 l'Amministrazione Monopoli di Stato ha raccolto 79 miliardi di euro, più 30 per cento rispetto al 2010. Di questa somma allo Stato sono rimasti 8,7 miliardi. Un cifra spaventosa che non lascia indifferenti i clan mafiosi. In prima linea c'è la 'Ndrangheta. A seguire clan dei casalesi e Cosa nostra. I clan della mafia calabrese gestiscono il settore delle videoslot in maniera capillare. Non i bar, ma le società che noleggiano e offrono la materia prima, i giochi. Dalla Calabria alla Lombardia, passando da Emilia Romagna, Lazio, Piemonte e Liguria, i boss in giacca e cravatta aprono imprese e costruiscono vere e proprie holding familiari basate sul business del gioco d'azzardo legale. È una rete di complici che ha portato i padrini della 'ndrangheta padana a diventare dei veri esperti nel settore.

    «Anche le sale Bingo rappresentano un settore di grande interesse per la mafia che mira a infiltrarsi nelle società di gestione delle stesse». A scriverlo è la Procura nazionale antimafia nella relazione del 2011. E aggiunge: «Fa riflettere la circostanza che alcune concessione per la gestione di sale Bingo siano state aggiudicate a prezzi non competitivi così che la compensazione debba avvenire per altri canali illeciti quali il riciclaggio o le frodi informatiche». In altre parole, secondo i magistrati antimafia, i prestanome dei clan comprerebbero sale Bingo a prezzi maggiorati, o perchè devono riciclare denaro, o perché rientrano dei costi truccando macchinette e postazioni di poker online.

    Un affare quello delle videoslot che i clan portano avanti grazie anche vicinanze con la politica e con funzionari delle concessionarie. A novembre scorso la Procura antimafia di Milano ha arrestato Giulio Lampada. Secondo gli investigatori sarebbe il braccio imprenditoriale del clan Valle-Lampada. Originario di Reggio Calabria, ma da anni residente in Lombardia, Lampada ha mantenuto in Calabria solidi legami. Anche con insospettabili professionisti e uomini dello Stato.

    Ora che sono stati depositati gli atti e tutto è manca poco all'inizio del dibattimento, ecco emergere alcuni aspetti che interessano l'Emilia Romagna e Modena. Il progetto di Lampada era quello di ottenere la concessione dei Monopoli, così da diventare direttamente concessionario di licenze, e di investire nelle sale Bingo. Un progetto ambizioso, possibile alle conoscenze politiche e imprenditoriali. Dice Giulio Lampada in una intercettazione: «Al 99% va a conclusione perchè c'è Franco (Morelli, il politico ndr) di mezzo... tutto il nord Italia... nel pacchetto c'è Milano, Venezia, la Liguria e Bologna, fino a Bologna ci pigliamo appalti... fanno 50 richieste al mese... la sala giochi porta una media di soldi di 6/7mila euro al mese. Stiamo parlando di slot».

    È l'asse Emilia-Lombardia che ritorna. Per raggiungere i suoi scopi Lampada si rivolse all'amico imprenditore, e noto agli investigatori, Nicola Femia chiedendogli 170 slot. «170 macchine complete sarebbe a dire 2500 euro più Iva senza mettere i modelli e né niente... alla cortese attenzione di Milano Games (una delle società di Lampada)». Ordine ricevuto da Femia, che farà l'operazione con la ditta di Massa Lombarda "Las Vegas Games" intestata alla figlia.

    È una vecchia conoscenza dell'Antimafia di Bologna, Femia. Chiamato dai suoi compari "Rocco" o "u Curtu". Era finito in mezzo all'indagine "Medusa" relativa al clan dei casalesi e che portò all'arresto di due guardie penitenziarie del carcere di Sant'Anna di Modena. Un consulente per i circoli bisca del clan, così appariva Femia in quell'indagine. A lui i gestori dei circoli del clan si rivolgevano per le ricariche del poker online e per varie consulenze. Agli atti di "Medusa" un telefonata la dice lunga sul ruolo imprenditoriale di "Rocco". La direttrice della bisca chiama Femia per avvisarlo preoccupato di una vincita di 125mia euro, ma il calabrese senza agitarsi ribatte: «Come si prendono si danno». Un aplomb da esperto del settore. Che fanno di lui un personaggio molto ricercato, non solo dalla polizia. E non per caso, ma per i forti interessi nel gioco d'azzardo legale. Nonostante i magistrati elenchino una serie di indagini su di lui, arresti, anche per traffico internazionale di cocaina, e scarcerazioni, è titolare di una costellazione di società che noleggiano videoslot. Quando non intestate direttamente a lui, fanno capo ai figli. Una rete societaria che ha il centro nevralgico nel Ravennate. Ma si estende fino a Roma e Milano, attraversa Modena, Cavezzo e raggiunge Bologna. Milano, la città adottiva della 'ndrina Valle-Lampada. La storia di quel clan, proprietario di una decina di imprese di noleggio slot, si lega alla holding di Femia.

    Dagli atti su Giulio Lampada si scopre che per un periodo i potenti 'ndranghetisti di Milano si sono affidati alle società di Femia per noleggiare macchinette mangiasoldi. Si scopre che Nicola Femia e il figlio incensurato si incontravano e parlavano con Giulio Lampada, l'imprenditore dalle relazioni insospettabili e accusato di mafia Milano, e con il boss Leonardo Valle, cognato di Lampada e impresario delle slot.

    Sembrano insomma ormai lontani i tempi in cui la gestione e l'imposizione delle macchinette in Emilia e nel Modenese era un affare dei camorristi. Storia passata sembra il racconto del pentito di camorra che descrisse come il clan dei Casalesi imponeva in provincia di Modena i videopoker noleggiate dalle ditte di "famiglia". Oggi dalle più recenti carte sul gioco e mafia, emerge una 'ndrangheta esperta del settore, capace di dispensare consigli anche ad altre organizzazioni, con conoscenze in alto, molto in alto, da spendere per ottenere vantaggi, favori, concessioni e su cui la magistratura milanese starebbe svolgendo ulteriori accertamenti. In subordine i mafiosi campani che gestiscono i circoli-bisca rifornendosi dalle ditte che portano il marchio delle 'ndrine. Clan della 'ndrangheta padana che nel modenese, dopo il maxisequestro delle società (una anche con sede a Modena) di Antonio Padovani, ritenuto "Re delle slot" e imprenditore vicino a mafia siciliana e camorra, hanno conquistato un più ampio margine d'azione.

    15 aprile 2012

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