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Usa-Nord Corea, dopo la superbomba è sfida senza controllo

In una delle scene-chiave de “Il dottor Stranamore”, film-culto di Stanley Kubrick - 1964, piena guerra fredda - il generale Jack D. Ripper ordina ai B-52 in volo di prepararsi a sganciare armi nucleari sull’Unione Sovietica. Tutti pensano che un tale ordine possa darlo solo il presidente degli Stati Uniti, non sanno che era stato appena approvato un nuovo protocollo che, in casi estremi, estendeva questo potere ai militari. Ricordate come va a finire... Dopo Kubrick, altre decine di registi si sono cimentati sul tema mostrando militari affannarsi dinanzi a schermi giganti accesi in nervose “situation room”, e gioire ora per aver centrato il bersaglio, ora perché all’ultimo minuto il padreterno o chi per lui ci aveva messo una pezza.

Certo, il cinema lavora di fantasia, portando però alle estreme conseguenze faccende vere. Che, ahimé, assomigliano maledettamente a quelle che si stanno svolgendo in queste ore alla Casa Bianca, al Cremlino, nei palazzi di Pechino e alla corte del dittatore nordcoreano Kim Jong-un. La superbomba americana sganciata in territorio afgano per stanare i terroristi dell’Is chiusi nelle loro basi sotterranee - dopo i 59 missili Tomahawk lanciati contro la base aerea siriana dalla quale Assad avrebbe fatto partire i raid chimici contro i ribelli - ha fatto levare venti di guerra totale che si pensavano archiviati per sempre dopo la crisi della Baia dei Porci. E già, perché ora la domanda è: cosa c’è dopo la superbomba? L’ordigno nucleare?

La Moab, otto tonnellate di tritolo, giaceva nei depositi americani da anni, ma nessun presidente vi aveva finora fatto ricorso. Prima però di sganciarla, e nonostante l’ennesimo allarme di papa Bergoglio («Siamo di fronte a un nuovo conflitto globale, ma a pezzetti»), Trump aveva fatto piazzare una portaerei, sei cacciatorpediniere, incrociatori e sottomarini dinanzi alle coste dove si sono tenuti i test nucleari coreani. Dunque c’è un filo nella strategia americana, missili in Siria e bomba in Afghanistan sembrano far parte del medesimo disegno: un avvertimento ad Assad e a Kim che alimenta i suoi arsenali nucleari; la conferma che gli Usa sono pronti a tutto, che è finita un’era e con essa sono saltati gli equilibri faticosamente costruiti da Obama con Putin da una parte e gli ayatollah iraniani dall’altra.

Si ricomincia. Con il fragore delle armi. In pochi giorni, The Donald ha smentito la filosofia dell’isolazionismo lanciata in campagna elettorale, o forse “America first” significa anche difesa dei propri interessi “all over the world”, secondo la storica dottrina dello sceriffo Usa che corre ovunque possa nascere un pericolo per il suo Paese. Resta però da capire se tale strategia sia farina del sacco di Trump o se questi stia subendo la prepotenza dei generali che egli stesso ha messo nei posti chiave della sicurezza. L’opzione militare, infatti, può lasciare il passo alla diplomazia solo se avvertimenti così drammatici servono a sedersi a un tavolo negoziale. Ma finora né Putin, né Assad né tantomeno Kim Jong-un sembrano disposti ad alzare le mani: anzi Pyongyang annuncia un «grande evento» (un altro test nucleare?) e si dice pronta alla sfida: «Se gli Usa vogliono, andremo alla guerra». Tra le tante variabili insondabili c’è proprio il dittatore coreano, che finora certo non ha brillato per moderazione.

Si torna alla domanda: e ora? Un’arma ancora più potente? La storia recente insegna che nessuna vicenda, specie in quell’area, è stata risolta con l’escalation militare, né in Vietnam, né in Iraq, né in Afghanistan dove gli americani combattono da più di quindici anni. D’altronde, a parte la condanna doverosa di ogni sindrome “Stranamore”, resta la domanda politica e diplomatica del “che fare?” dinanzi al pericolo terroristico o alla sfida nucleare lanciata da dittatori fuori di ogni controllo. E

certo la risposta non può venire da una sola parte del mondo. Alla quale gli alleati tradizionali - Arabia Saudita, Israele, Turchia, Europa - plaudono, mentre Russia e Cina per ora tacciono e lasciano fare. E finché sarà così, questa è davvero una pessima notizia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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