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Economia, bocciata l’azienda Italia e la politica non ci pensa

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A chi lo avesse dimenticato e a chi facesse finta di non capire, sommessamente ricordiamo che è stata testè annunciata l’ennnesima bocciatura dell’Azienda Italia.

Da parte della Commissione di Jean-Claude Juncker, naturalmente. L’Europa cresce, pur se poco, noi no, inchiodati allo zero virgola. Siamo gli ultimi della classe, l’anello debole. Uffa. Gli altri invece sono riusciti nell’impresa di dare una svolta alla loro economia, dunque non è colpa della moneta unica: chi sta meglio, però, è chi ha avuto il coraggio di cambiare un sistema che non funzionava più, insomma di fare, come si usa dire, riforme strutturali. Noi ci abbiamo provato, poi tutto si è fermato.

Ciò che ci rimproverano è in realtà ciò che ci frena da un trentennio: troppa burocrazia, troppa evasione fiscale, criminalità invasiva, corruzione diffusa, giustizia lenta. E un debito pubblico eccessivo che non lascia margini né a riduzioni del carico fiscale né a investimenti in infrastrutture. Pesano anche i condizionamenti politici. Il referendum del 4 dicembre, con il no alle riforme costituzionali, non solo ha posto le premesse per la bocciatura della legge elettorale da parte della Consulta, ma ha provocato una generale battuta d’arresto: da cinque mesi il Paese è immobile. Certo, si affronta l’emergenza. Eppure il momento imporrebbe ben altre riflessioni. Che non si possono pretendere dal governo Gentiloni, pro tempore per missione, la cui uscita di scena è tuttora incerta.

Si finge anche di ignorare che il sistema Italia è privo di uno strumento essenziale della democrazia, una legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti e garantisca governabilità. O meglio, di leggi ce ne sono due, entrambe monche, perché figlie di due sentenze della Corte costituzionale che hanno tagliuzzato prima il Porcellum poi l’Italicum. Del resto si vota con sistemi diversi per Comune, Provincia, Regione e pure per il parlamento europeo, non so se mi spiego.

Ma, a parte i richiami severi dell’ottimo Mattarella, a tutti dovrebbe apparire almeno singolare che per la Camera si proceda con una legge proporzionale, senza ballottaggio, con premio di maggioranza alla lista che raggiunga quota 40 (e chi ci arriva?), capilista bloccati e accesso vietato sotto il 3%; e al Senato con una proporzionale, ma senza premio e con sbarramento all’8%: facile che ci siano risultati diversi di qua e di là e che nessuno abbia una maggioranza.

Tutto è chiaro, ma le reazioni non sono all’altezza della situazione, e tanto meno degli stimoli del capo dello Stato. Prevalgono per ora gli interessi di bottega e gli scambi di accuse su chi boicotta un accordo. Silvio Berlusconi, in passato profeta del bipolarismo e del presidenzialismo, guida ora la guerra santa per il proporzionale perpetuando quella insopportabile abitudine di pensare alla legge elettorale come a uno strumento utile solo alla propria forza politica e in quel determinato momento. E infatti negli ultimi due anni sono nati e morti quattro diversi sistemi elettorali.

Beppe Grillo, invece, vorrebbe trasferire il sistema della Camera anche al Senato, però abbassando il premio di maggioranza al 35%, naturalmente nella speranza di arrivarci lui. Nell’esercito dei proporzionalisti sono arruolati anche Salvini, Meloni e la sinistra che non si riconosce nel Pd, ciascuno pro domo sua. Matteo Renzi, invece, punta su un sistema maggioritario e sogna pure il ballottaggio, che però è stato bocciato sia dal referendum sia dalla Consulta: strada dunque percorribile a fatica.

Intanto Grillo accusa Renzi di pensare solo all’inciucio che verrà con Berlusconi che, a sua volta, teme che Renzi faccia cadere il governo Gentiloni per andare a votare a ottobre; e Renzi accusa B. e 5Stelle di tramare alle sue spalle.

Aiuto. Su tutto, poi, è piombato l’affaire Boschi, che certo non induce al dialogo. Con queste premesse… Ma noi, ottimisti incalliti, pur continuamente smentiti, speriamo ancora che una quadra si trovi. Confidando che la politica rinunci a suicidarsi.

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