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L'intervista

Emma Bonino: «I visti temporanei sono una opzione di pressione sull’Ue»

La storica leader radicale ed ex ministro dice: «La solidarietà tra Stati è un obbligo e va difeso. E noi dobbiamo regolarizzare buona parte dei clandestini»

ROMA. «Quella dei visti temporanei è un’opzione di pressione, ma nel pieno rispetto del diritto comunitario». Emma Bonino, storica leader radicale, definisce con queste parole la proposta del segretario dei Radicali italiani Riccardo Magi, ora allo studio del governo per alleggerire il Paese in difficoltà sotto l’enorme ondata migratoria.

Il Times parla addirittura di “opzione nucleare” pensata dall’Italia...
«Sul linguaggio direi che siamo abituati alle esagerazioni, ma c’è un limite. È un’opzione di pressione. Andrebbe chiesto al Consiglio europeo di attivare la direttiva 55 del 2001, che prevede in caso di afflusso massiccio di sfollati, oltre a meccanismi di distribuzione tra gli Stati membri e il rilascio di una protezione temporanea, una volta identificati, a tutti i profughi provenienti dalla Libia, viste le violenze che hanno sofferto. Una strada difficile politicamente, ma che va tentata e usata per continuare a trattare».

Esiste una ricetta per gestire i flussi migratori?
«Penso che ci siano almeno tre piani di intervento. Quello interno: con la necessità di “regolarizzare” buona parte dei 500mila clandestini/irregolari presenti in Italia, che non possono essere rimpatriati tutti visto che mancano buona parte dei gli accordi di riammissione. È una delle proposte della campagna “Ero straniero” lanciata con Radicali italiani e tante organizzazioni per superare la legge Bossi-Fini. A Torino il prefetto ha concesso un permesso di soggiorno umanitario, su richiesta di operatori e imprenditori, a trenta migranti la cui richiesta d’asilo era stata respinta, premiando il loro percorso di integrazione. La regolarizzazione delle persone già integrate è un passaggio necessario per colpire lavoro nero e sfruttamento. Perché legalità e integrazione aiutano anche la sicurezza, oltre che l’economia e la nostra umanità. In secondo luogo c’è un piano europeo: credo sia indispensabile continuare a premere sugli Stati membri e non sui migranti che già hanno subito sofferenze di tutti i tipi. Il principio di solidarietà tra gli Stati è un obbligo ribadito nei trattati e va difeso. Infine il piano d’intervento a lungo termine sull’Africa, tenendo conto che ci vorranno generazioni e impegni seri. E sorrido amaro quando penso che quel visionario di Pannella ideò una campagna contro lo sterminio per fame in Africa, derisa dai più. Perché aveva ben capito che siamo legati da un piccolo lago Mediterraneo e i drammi africani si sarebbero ripercossi necessariamente sul ricco continente europeo».

Come giudica la politica degli accordi bilaterali del ministro Minniti con i Paesi di transito, come la Libia, e di provenienza, come il Sudan?
«Credo sia da fare con tutte le difficoltà del caso, stando attenti a non ripetere errori di superficialità. Ad esempio il “trust fund” europeo è oggi di 2,6 miliardi per non so quanti Paesi: è ovvio che sia inefficace. La Libia è soprattutto un problema di guerre tra due governi, due parlamenti e oltre un centinaio di milizie. È un imbuto di passaggio fuori controllo. La situazione dei diritti umani in Sudan è conosciuta da tutti: può quel governo essere considerato un interlocutore affidabile? »

Alla fine sembra che in Europa tutti siano d’accordo almeno su una cosa: mettere i bastoni tra le ruote alle ong che salvano la vita ai migranti...
«Certo è davvero vita grama per le ong: prima vengono sommerse da un polverone giudiziario-mediatico, accusate di fare di testa loro, per non dire di peggio. Poi si scopre che in effetti tutti i loro sbarchi erano coordinati dal centro operativo italiano. E cade il polverone, anche se con danni collaterali per la loro reputazione non indifferenti. Adesso sento invece che Milena Gabanelli le invita

a disobbedire al protocollo operativo e andare di testa loro a fare qualche azione dimostrativa davanti ad altri porti europei, magari coi profughi dentro. Come se le pressioni sugli Stati fossero compito delle ong e non dei governi».

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