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Terremoti, fondi europei e sanatorie: il business dell’emergenza

Dall’Europa 52 miliardi per i disastri naturali degli ultimi 15 anni nel nostro Paese Stato e Regioni preferiscono incassare. Si spende troppo poco per la prevenzione

Stavolta il giallo è stato risolto subito: il colpevole non è il terremoto, ma l’uomo con le sue costruzioni di sabbia, mal fatte e peggio mantenute. La sproporzione tra l’entità del sisma che ha colpito Casamicciola e il bilancio dei danni fatti è così evidente che pochi si azzardano a negare le responsabilità umane. Tra questi, purtroppo, gli uomini delle istituzioni direttamente competenti su quel territorio. Ma anche lo scorso anno, dopo l’eccezionale evento sismico del Centro Italia, si contarono i danni della mancata prevenzione e messa in sicurezza, che avevano drammaticamente amplificato l’effetto del terremoto. E così risalendo, a ogni tragedia, si rivede lo stesso film: mancata prevenzione, abusi, condoni, sanatorie, distrazioni. Ma perché, se lo sappiamo tutti, si continua così?

La domanda può sembrare ingenua, ma ancora più ingenua, conti alla mano, sarebbe la prima risposta ovvia che viene in mente: perché Stato, Regioni e Comuni hanno bisogno di soldi, e dunque la piaga dei condoni è frutto della povertà delle casse pubbliche – così come, secondo un vasto schieramento che va dal vecchio Pci siciliano dei tempi andati ai nuovi cittadini a Cinque Stelle, l’abusivismo viene dalla “necessità” della povera gente che non ha casa. I numeri però dicono che le cose non stanno così. È vero che i condoni grandi e piccoli che hanno costellato la storia edilizia del nostro Paese nascono con la scusa di fare cassa: così fu per la prima grande sanatoria che aprì i giochi, quella dell’85 (presidente del consiglio Craxi, ministro dei lavori pubblici Nicolazzi); e poi, dieci anni dopo, per il condono “tombale” del primo governo Berlusconi (1994) e poi del Berlusconi II (2003). Ma ai “pochi (soldi), maledetti e subito” che si incassano con le sanatorie vanno poi detratti quelli che si devono spendere per gli oneri di urbanizzazione delle case fatte emergere e messe in regola, senza contare i costi successivi della riparazione delle disgrazie. Non solo. Secondo un recente Rapporto del centro studi Sogeea, c’è di peggio.

Da trent’anni lo Stato lascia nel cassetto una buona parte delle domande di condono: almeno un terzo, per la precisione 5.392.716 sulle 15.431.707 presentate. Lo stesso Rapporto calcola i mancati incassi di questa dimenticanza, tra l’obolo che si deve pagare per mettersi in regola, le tasse varie e poi la rivalutazione delle rendite catastali: arrivando alla strabiliante cifra di 21,6 miliardi di euro. Se lo Stato ha così bisogno di quei soldi, al punto da chiudere un occhio su illegalità e malversazioni, perché poi dimentica di evadere le relative domande?

La risposta è di quelle che si preferirebbe non leggere. Perché a 17 milioni e rotti di domande corrispondono altrettanti manufatti, grandi o piccoli fuori norma, e i loro proprietari con le loro famiglie; e la promessa di “lavarli”, con il detersivo smacchiante della sanatoria, più che soldi porta voti. Però poi in alcuni casi può addirittura convenire non avere risposta alla propria domanda: la richiesta di sanatoria di per sé blocca l’azione penale, anche se non rende l’immobile illibato e perfetto.

E può convenire all’ufficio di turno non tirare fuori troppe domande dal cassetto: magari si scoprirebbe che quegli immobili non sono sanabili, e vanno demoliti. O è solo una distrazione, un fallimento della burocrazia. Sta di fatto che nell’Italia abusiva almeno un terzo delle domande di condono sono, in trent’anni, rimaste in un limbo, senza risposta. Nel solo Comune di Ischia (non tutta l’isola), documenta la stessa Sogeea, sono 7.235 le domande presentate nei tre grandi condoni, e ben il 60% (4.408) sono ancora da evadere. Insomma: il condono non è un affare per le casse pubbliche, tutt’altro. Non c’è una giustificazione contabile – nemmeno di breve periodo – per i tre grandi condoni che vanno da Craxi a Berlusconi, e per la miriade di leggi e leggine, decreti e riaperture dei termini che a macchia di leopardo hanno fatto piovere le normative regionali. Resta un territorio sfregiato e fragilissimo, la cui vulnerabilità è testimoniata anche da un’altra fonte contabile: quella del Fondo di solidarietà europeo, varato nel 2002 dopo le grandi inondazioni nel Centro Europa.

In un articolo scritto per “lavoce.info”, i due economisti Andrea Ciffolilli e Marco Pompili fanno notare che, di quel Fondo, l’Italia è stata il beneficiario numero 1: ha preso 2 miliardi e mezzo in quindici anni, quasi la metà di tutto il Fondo. Si tratta di una cifra piccola rispetto all’entità dei danni subìti dal nostro Paese per disastri naturali negli ultimi quindici anni: 52 miliardi, di cui 47 da terremoti. Ma è il 49,5% di tutta la spesa del Fondo di solidarietà europeo: come se terremoti, inondazioni e disastri naturali si concentrassero tutti sulla nostra penisola.

Specularmente a ciò, va notato che la spesa delle Regioni italiane per i fondi ordinari per la tutela dell’ambiente e la prevenzione dei
disastri è in scarsissima percentuale (il 6%) destinata alla messa in sicurezza antisismica. Spendiamo poco, pochissimo per prevenire e dunque ci troviamo a spendere poi molto, troppo per curare. E stavolta non possiamo proprio dare la colpa all’Europa.

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