Quotidiani locali

Verso le elezioni, in scena il brutto valzer delle candidature

Cari Dirigenti dei partiti (soprattutto voi del Partito Democratico, di quel che rimane di Alternativa Popolare, di Forza Italia) avete fatto e imposto con molti voti di fiducia, non fidandovi neppure dei vostri parlamentari, una pessima legge elettorale che consente nominati, paracadutati, pluricandidati. Adesso volete farci credere che darete rappresentanza agli elettori (e al Paese).

Sui quotidiani italiani, però, mentre il Movimento 5 Stelle è alle prese con un’armata di quindicimila aspiranti, fioccano indiscrezioni di potenziali candidati/e vecchi/e e nuovi/e che vengono spostati/e qui e là apparentemente senza senso. Invece, un senso, anzi due, tutti questi spostamenti sembrano avercelo proprio.

Primo, l’ha dichiarato Renzi senza che nessuno gliene chiedesse (il) conto: bisogna proteggere ed eleggere alcuni/e candidati/e specifici, a cominciare da se stesso. Secondo, è imperativo cercare, non di sconfiggere il centro-destra, ma fargliela pagare a Liberi e Uguali. Di qui, non soltanto la delegittimazione personale di alcuni dirigenti liberi e uguali, a cominciare da Pietro Grasso, ma anche la contrapposizione a candidati come Bersani e Speranza nei collegi nei quali saranno presentati. Che, poi, per contrastare Bersani a Bologna, il Pd pensi al torinese Fassino (cinque legislature fatte, più volte ministro, un mandato da sindaco di Torino, poi sconfitto), è soltanto un’aggravante.

Non è noto quali siano le qualità richieste da Berlusconi agli aspiranti parlamentari che si sono presentati al suo casting.

Quello che, invece, dovrebbe essere noto a tutti è che in una democrazia parlamentare una buona rappresentanza politica è la premessa di qualsiasi decente governabilità. Allora, chi vuole che in Parlamento vadano rappresentanti di qualità dovrebbe attenersi a due criteri fondamentali. Il primo criterio è che chi viene ricandidato/a lo sia nel collegio in cui è stato/a eletto/a.

Nel corso della sua campagna elettorale avrà la grande opportunità democratica di spiegare agli elettori tutti, non soltanto ai suoi che cosa ha fatto, che cosa non ha fatto, che cosa ha fatto male e perché, sia nel suo ruolo di parlamentare che sosteneva il governo sia come parlamentare all’opposizione. Secondo criterio, pur in assenza grave del requisito di residenza per i candidati, bisogna che chi è candidato/a per la prima volta lo sia nel collegio in cui risiede, lavora, nel quale ha e può vantare una storia professionale, sociale e politica. Questa storia dovrà/potrà raccontarla agli elettori che, in parte, già la dovrebbero conoscere. Contrapposta a quelle degli altri candidati/e una storia personale consentirà agli elettori di avere un’idea di che tipo di parlamentare, al di là delle sue inevitabilmente vaghe promesse, quel candidato/a riuscirà a essere.

La residenza nel collegio nel quale si presenta la propria candidatura significa anche che l’eletto tornerà frequentemente a casa e vorrà mantenere rapporti con l’elettorato, non soltanto il suo, insomma che la “conversazione” politica sarà, come deve essere in democrazia, una conversazione che, iniziata con l’elezione, continua fino alla fine della legislatura. La residenza implica anche che l’eletto conoscerà le preferenze, gli interessi, le necessità del suo collegio. Non dovrà rappresentare solo il collegio poiché la Costituzione è chiarissima e tassativa: articolo 67 “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione”, ma sarà nella condizione migliore per conciliare quanto è utile al suo collegio con quanto il suo partito e gli altri parlamentari riterranno utile per il Paese.

Cari Dirigenti dei partiti e delle correnti, ho delineato criteri minimi, di facile adempimento, che non danno svantaggi a nessun partito, che offrono agli elettori facili modalità di valutazione delle candidature. La
loro non osservanza porterà a una certamente cattiva composizione del prossimo Parlamento e a una molto improbabile governabilità (che non è mai solo questione di numeri, ma di qualità dei rappresentanti). Evitare il peggio è ancora possibile.

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