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CALCIO: CATTIVA DOMENICA 

I capi del calcio e il “fastidio” di dover combattere il razzismo

Forse già oggi conosceremo la sentenza della giustizia sportiva contro la Lazio per il caso delle figurine di Anna Frank con la maglia della Roma sparse nella curva dei giallorossi. Una condanna al ribasso sarebbe l’ennesima dimostrazione del «potrei ma non voglio» che anima i governanti del pallone. Una sentenza pesante da sola certo non basterebbe ma sarebbe un buon inizio...

Presto sapremo, forse già oggi o domani. Sapremo se l’Italia del calcio sarà in grado di fare un passo verso la civiltà o se proseguirà nell’ipocrisia del «potrei ma non voglio chiudere le porte al razzismo». Oggi o domani sarà il giorno della sentenza della giustizia sportiva al processo contro la Lazio per gli adesivi di Anna Frank con la maglia della Roma sparsi nella curva rivale nel giorno in cui (22 ottobre) quel settore era stato aperto ai tifosi della Nord chiusa per razzismo. Proprio a ridosso del Giorno della memoria per le vittime degli orrori del nazismo, c’è il rischio che una sentenza mite possa affossare ogni sia pur tiepido sforzo per togliere aria ai rigurgiti nazifascisti.

Purtroppo è stato proprio l’atteggiamento della Federcalcio, pronta a strizzare l’occhio alle società a rischio squalifica, ad attenuare ogni misura studiata per chiudere questa orribile partita parallela che si gioca prima, durante e dopo quelle vere. Ormai, per qualsiasi manifestazione di carattere razzista o discriminatorio – dai buu ai giocatori di colore ai cori pro-Vesuvio, Heysel o Superga – si rischia solo una multa o poco più. In Francia, ad esempio è diverso: i cori contro Mario Balotelli dei tifosi del Bastia sono costati un punto in classifica. Da noi no: purtroppo solo multe fatte di spiccioli mentre l’omertà regna sovrana. La regia unica stile Minculpop della Lega oscura ogni coro, ogni buu; le società minimizzano, la giustizia sportiva interviene quando non può farne a meno. E comunque evita di dare fastidio ai padroni del vapore: ad esempio in questo processo è stato lasciato fuori il presidente Claudio Lotito, che in caso di squalifica, essendo recidivo, avrebbe perso i requisiti di eleggibilità alle cariche federali.

Nel mondo civile non va così. Meno di tre mesi fa a Liverpool, un tifoso dell’Everton ha cercato di colpire i giocatori del Lione: aveva il figlio in braccio e menava pugni. La società inglese lo ha squalificato a vita. E la stessa cosa avevano fatto, in Germania, quelli del Dortumund nel 2014 quando uno sciocco, durante un minuto di silenzio, urlò il saluto nazista “Sieg heil”. Fuori, per sempre.

Da noi no. L’avvocato della Lazio si è prodotto in una penosa supercazzola sul fatto che «quelli sono pochi e non possiamo controllarli». Il capo delle pubbliche relazioni, Arturo Diaconale, che è anche consigliere d’amministrazione Rai (e il conflitto di interesse?) straparla di torneo falsato se ci saranno le due giornate di “porte chiuse” chieste dalla procura.

Negli ultimi anni negli stadi italiani sono stati censiti 250 casi di razzismo e, ben sapendo che i più sfuggono, una sentenza mite chiuderebbe ogni tentativo di combatterla davvero questa guerra contro l’imbecillità fatta di razzismo ma anche di aggressioni e minacce a giocatori e arbitri. Anche e soprattutto nei campionati minori. Una sentenza dura da sola, certo, non basterebbe ma sarebbe un segnale importante. Purtroppo il nostro calcio non è abituato a cose così; al nostro calcio di questa melma razzista frega ben poco perché, in fondo, è a sua immagine e somiglianza.

twitter: @s_tamburini

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