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Plutocrati tra le nevi nel segno dei paradossi

L’analisi

È un paradosso che, a ogni inizio d’anno, si parli della crescente diseguaglianza con servizi illustrati dalle immagini del luogo in cui si concentra l’ultraminoranza più ricca del mondo e nel quale la maggioranza di chi legge quegli articoli o ascolta quei servizi tv non potrebbe permettersi neanche un aperitivo. Da qualche anno – ufficialmente, dall’elezione di Trump – a questo paradosso se ne aggiunge un altro, ossia la presenza di governanti molto potenti che hanno ribaltato le parole d’ordine del consesso di Davos, ossia l’idea che la globalizzazione sia un fenomeno di per sé positivo e che faccia bene a tutti.

Quest’anno, il paradosso dovrebbe salire sulle nevi svizzere di Davos, in persona. Dovrebbe essere accolto come l’abominevole uomo – dato il clima – se l’establishment di Davos sarà coerente con se stesso: l’anno scorso ha applaudito Xi Jinping, per la conversione cinese alla globalizzazione, aggrappandosi al presidente della Repubblica popolare come all’ultimo bastione. Ma potrebbe essere accolto anche con tutti gli onori, visti i grandi vantaggi che l’élite dei più ricchi ha avuto e avrà dalle riforme fiscali e normative di Trump: che portano soldi, con la riduzione delle aliquote, nelle tasche dei più abbienti e che hanno riportato indietro, a prima della crisi, le blande regolazioni che volevano mettere dei paletti alla libertà senza freni della finanza.

C’è anche un impedimento climatico, che sta complicando la vita dalle parti di Davos: tre metri di coltre bianca che rendono molto difficili i collegamenti, non fino al punto da impensierire chi ha dalla sua le infrastrutture private più esclusive del pianeta ma abbastanza da simboleggiare un isolamento crescente. Lo stesso di cui gode, nel mondo occidentale, il mantra della globalizzazione che fino a qualche anno fa pochissimi mettevano in discussione e che adesso è contestato dall’interno, dal plutopopulismo (definizione celebre di Martin Wolf, del Financial Times) che governa gli Stati Uniti e dai suoi imitatori che fanno traballare i governi in tutt’Europa.

Così, da un po’ di tempo gli eroi di Davos si sono trasformati da promotori di soluzioni – il libero commercio, la globalizzazione, le sorti progressive dell’innovazione tecnologica – a profeti di sventure, dal cambiamento climatico alla diseguaglianza. È un fatto che la globalizzazione, se ha migliorato le condizioni economiche dei Paesi emergenti e fatto crescere in posti come Cina e India un ceto medio (e alto) prima inesistente, ha lasciato indietro molte persone e aumentato le disparità nei Paesi già sviluppati. Le tensioni sociali e politiche che ne sono seguite non possono più essere ignorate o considerate come transitorie, ma – lo dice il Fondo monetario – minano la stabilità e la crescita economica.

Ci sarebbe bisogno di più governo, come ai tempi gloriosi del New Deal americano e del compromesso socialdemocratico del modello europeo. Invece, ovunque la nuova frattura sociale che si è aperta porta in auge partiti e movimenti che, oltre che sul nazionalismo economico, fanno leva sul disimpegno dell’amministrazione pubblica: meno governo, meno tasse, meno sanità pubblica, meno spese, meno regole. Spesso proponendo scorciatoie, e vincendo le elezioni grazie alla facilità e all’appetibilità di questo messaggio: salvo poi vedere, alla prova dei fatti, che quelle ricette funzionano sì, ma per pochi; oppure sono molto più complicate del previsto, date le regole democratiche che qua e là impongono procedure meno spedite di quelle di un consiglio di amministrazione in cui vince chi ha più quote della società.

Trump non è riuscito, finora, a governare gli Stati Uniti come una delle sue proprietà; ma è riuscito a far passare un

pacchetto fiscale che avvantaggia “quelli di Davos”. Che sono molto tentati di dare ascolto al loro portafogli più che al loro cervello o alla propria coerenza, e spellarsi le mani per il plutopopulista. Sempre che riesca ad arrivare sulle nevi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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