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La vera paura del Paese è non avere un futuro

Il commento

Un altro minimo storico. Per il nono anno di seguito, le nascite scendono in Italia. E per il terzo anno di seguito, diminuisce anche in numero assoluto la popolazione italiana, dato che il calo delle nascite non è più compensato dall’allungamento dell’età di vita e dall’afflusso di persone dall’estero. Invecchiamo: l’età media sale a 45,2 anni, bambini e ragazzi sotto i 15 anni sono meno della metà degli ultrasessantacinquenni. Nel rendere noti questi dati, l’Istat ci avverte: continuerà così, la forbice tra nascite e decessi continuerà ad allargarsi.

E questo anche se l’anno scorso il numero di figli per donna non è sceso: nella media siamo a 1,34 figli per donna, ma le nascite scendono lo stesso per una combinazione di motivi demografici e di altro tipo. Quelli demografici sono presto detti: stiamo subendo l’onda lunga del calo delle nascite degli anni ’90, quindi il numero di donne in età fertile va calando. Gli altri attengono alle scelte di vita: si fanno figli più tardi, si restringe l’arco di tempo della vita nel quale si decide di avere un figlio e questo comporta ovviamente una riduzione della fertilità. Si arriva tardi al primo figlio, e spesso mai al secondo.

Tutto questo vuol dire che siamo di fronte a una tendenza inevitabile? Niente affatto. Uno sguardo più ravvicinato ai numeri ci mostra con chiarezza qual è il periodo storico nel quale l’eccezionale calo delle nascite si è manifestato. È iniziato nel 2008, esattamente dal primo anno della crisi economica. Altri Paesi in Europa hanno subito la “baby-recession” specularmente a quella del Pil, ma noi di più e più a lungo di altri. La geografia conferma: il tasso di variazione della popolazione è positivo nelle regioni dove c’è più lavoro e, soprattutto, più occupazione femminile.

La provincia di Bolzano, e poi la Lombardia, la provincia di Trento, l’Emilia Romagna e (di poco) il Lazio. Da anni le tendenze di tutti i Paesi sviluppati e (per contrasto) anche del nostro smentiscono il luogo comune per cui si fanno meno figli perché più donne lavorano: colossale falsità, sono proprio le donne che lavorano a fare più figli. Mentre l’assenza del secondo reddito in famiglia, e spesso proprio l’impossibilità di formare una famiglia autonoma da quella di origine, per mancanza di reddito e casa, bloccano ogni desiderio o progetto di fare figli. Ma i numeri Istat non ci dicono solo questo, ci parlano anche di una popolazione anziana sempre più fragile, di un tasso di mortalità che aumenta ed è ancora tutto da indagare il perché: anche qui incide la struttura stessa della popolazione ma annate eccezionali per mortalità, come il 2015 e il 2017, ci interrogano sulla tenuta del nostro sistema assistenziale e sanitario.

In ogni caso, una popolazione che invecchia ha bisogno di infrastrutture sociali diverse da quelle dell’Italia giovane del dopoguerra, così come hanno bisogno di servizi sociali, oltre che di lavoro, le donne e gli uomini giovani che vorrebbero avere figli. Questi bisogni non sono solo spesa. Tutt’altro. Possono diventare il più grande piano di investimenti e rilancio a disposizione. Qualche anno fa il Giappone, alle prese con un invecchiamento della popolazione simile al nostro, ha lanciato con la “Abenomics” un piano di stimolo all’economia che aveva tra i suoi pilastri anche i servizi sociali per i bambini e gli incentivi al lavoro femminile. Non penalizzare fiscalmente il secondo reddito in famiglia, aumentare gli asili nido, potenziare i servizi pubblici dedicati alla cura.

Ne stiamo parlando in questa campagna elettorale? No, quella che è una emergenza nazionale rimane sottotraccia. Oppure viene messa in primo piano solo per dare un messaggio di esclusione: prima gli italiani, aiutiamo i figli “nostri”. Ma senza l’apporto degli immigrati saremmo a un record ancora più negativo. L’anno scorso un bambino su cinque è nato da madre straniera. Non è stato quel bambino a togliere spazio agli

altri. Sta alla politica allargare lo spazio e renderlo agibile per tutti, invece di agitare paure irrazionali. Più che la paura dello straniero, dovrebbe preoccuparci infatti la paura di non avere un futuro, o di averlo solo emigrando all’estero.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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