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Minaccia, scommessa o bluff: è mister felpa

Minaccia, scommessa o bluff: è mister felpa

L’opinione

Matteo Salvini bifronte, anzi bisegretario: sotto traccia ha depositato lo statuto di una di una nuova Lega nazionale col suo nome di candidato premier nel simbolo, ma governa anche la vecchia che conserva la parolina Nord nel titolo e l’indipendenza della Padania nel cuore. Pende un ricorso contro di lui, magari in tribunale si farà difendere dalla Bongiorno.

Matteo Salvini tenace islamofobo, anzi nemico degli immigrati che gli fa comodo considerare tutti clandestini: Bossi al suo confronto era un figlio dei fiori quando ce l’aveva con i “terun”.

Matteo Salvini anti-europeista e pazienza se si guadagna da vivere sedendo, di tanto in tanto, nel parlamento di Strasburgo.

Matteo Salvini, infine, paladino di giovani disoccupati e sfruttati: a favore di tv locali, se l’è presa giorni fa con Amazon che manda in giro ragazzini in bicicletta a recapitare pacchi, pagandoli pochi euro l’ora.

Mentre suona la campana degli ultimi round prima del verdetto del 4 marzo, ci si chiede quale futuro abbia questo leader fai–da–te che da quattro anni va urlando per paesi e città. È un bluff o una scommessa, una minaccia o una promessa?

Per come si muove assomiglia a un cetaceo che emerge a prendere aria e sputare acqua: bisogna seguirlo quando s’inabissa e vedere se ingurgita pesci che in politica sono voti. Ha incarnato per anni in modello della Le Pen non alleata di Macron, come lui di Berlusconi, anche se a intermittenza. Adesso, affermano i suoi biografi Alessandro Franzi e Alessandro Madron nelle pagine nell’instant-book “Il militante” appena apparso sul web, pare più vicino al modello Austria.

Come Matteo Renzi ha raschiato il barile di destra e di sinistra da moderato, lui ha fatto la stessa cosa da radicale. Corteggia anche i dissidenti del Pd sospettato di inciucio con il Cavaliere. Ma al pari di Renzi può rischiare il declino. O la va o la spacca: in fondo Salvini sta affrontando le prime vere elezioni da (doppio) segretario. I sondaggi per il centrodestra dicono: Forza Italia al 16-18 per cento, Lega al 12-14. Se così fosse, Mister Felpa trionferebbe. Si presenterebbe da vincitore al congresso del suo partito avendo la certezza di sbaragliare nordisti imperterriti come Roberto Maroni che ha rinunciato al secondo mandato di governatore lombardo non sopportando più il sovranismo spocchioso e inconcludente del nuovo Kapo.

Se così non fosse, se il Carroccio convinto di pescare voti al Sud, isole comprese, si fermasse attorno alla soglia del 10 per cento, come non è improbabile, per il rivoluzionario Matteo sarebbero guai. Oltre all’insuccesso, gli contesterebbero d’aver fatto il furbo: la mossa del nuovo partito a trazione personale è servita a dribblare i debiti, quei 40 milioni di rimborsi elettorali che Bossi è stato condannato a restituire da una sentenza del tribunale di Genova? A pensar male si fa peccato, ma si azzecca.

Guai anche per l’alleato Berlusconi, preoccupato che Salvini dimostri di pesare più di Renzi. Col quale egli non disdegnerebbe alleanze di governo per neutralizzare la sicura valanga grillina. Si la cosa è vera. Ma non sta bene dirla prima delle urne

La gente è disorientata da questi vuoti di pensiero e da queste ambiguità di facciata. Ascolta, rimuove, medita un botto (anche di astensioni) nella giornata fatidica.

Che cosa si annusa nell’aria? Non propriamente ciò che i sondaggi dipingono nelle previsioni più volte sconfessati dai fatti. Soprattutto in campagna elettorale definita platealmente orrenda: i nuovi partiti concentrati

sul personaggio, non sui programmi, non comunicano, balbettano, delirano. L’ultima volta Berlusconi se la cavò con il colpo di teatro dell’abolizione dell’Imu annunciata in tv. Oggi qualsiasi contratto con gli italiani solleverebbe pernacchie.

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