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Forza Italia, il Cavaliere alla sfida dell'ennesimo capolinea

A volte un quadro si capisce dalla cornice, dicono i berlusconiani di giro stretto dopo l’ondata leghista di domenica scorsa. E la cornice, proseguono, si è vista subito dopo il voto: anziché convocare il Cavaliere nella sede della Lega, come si converrebbe a un alleato minore, è stato Salvini a mettersi in macchina per Arcore. Per cortesia verso il padrone di casa ultraottantenne, ammicca sornione un salviniano di ferro; perché lo riconosce ancora come il mazziere del centrodestra, correggono i forzisti non rassegnati alla staffetta.

Il meno rassegnato, stando all’attività delle ultime ore, sembra proprio il vecchio Silvio. Amareggiato per essere arrivato secondo nella coalizione, ma soprattutto convinto che con una strategia diversa sarebbe andata meglio. Per motivi di salute e di tempo – avrebbe dovuto visitare una ventina di Regioni in due settimane – ha scelto di dedicarsi alle ospitate in tv, tenendosi lontano da comizi e passerelle: solo un evento a Roma e uno a Milano ma nessun bagno di folla, mentre Salvini e Meloni macinavano chilometri e stringevano mani. «Non potevo fare di più», si è quasi giustificato al telefono con i fedelissimi, con l’aria di chi si sente insostituibile e forse lo è ancora: come conferma, del resto, la riunione di ieri con Gianni Letta e con i vertici del partito, per decidere la strategia sull’elezione dei presidenti delle Camere.

Parlare di vertici, in Forza Italia, è in realtà una semplificazione: tutti sanno che, senza Berlusconi, i big del partito sono un esercito di puffi, e il destino politico di chi ha provato a sostituire il capo (o anche solo a porre il problema della successione) è lì a monito perenne. Da Alfano a Fitto, c’è chi è sparito del tutto e chi ci è andato vicino; lo stesso – pensa il Cavaliere – accadrebbe ai leghisti, se tentassero la corsa solitaria. Ecco perché l’ascesa di Salvini non lo spaventa più di tanto: gli dispiace semmai per Tajani, premier in pectore per un paio di giorni, ma certamente non per sé, perché l’anagrafe e i giudici gli hanno ormai ritagliato un ruolo da allenatore più che da bomber.

Tolte le sensazioni, però, restano i numeri, che oggettivamente assegnano alla Lega un ruolo preponderante. E allora da Forza Italia è già partita una campagna comunicativa per ridimensionare Salvini: mentre vari esponenti forzisti cominciavano a definirsi più genericamente “di centrodestra”, sottolineando la vittoria della coalizione, lo stesso profilo Facebook di Berlusconi postava ieri una sua foto con gli altri leader alleati, ponendo l’accento sui suoi voti «determinanti per questa affermazione» e rivendicando la paternità di varie proposte (flat tax, immigrazione) che i leghisti avevano fatto proprie.

Salvini per ora non forza, perché non ne ha interesse: sa che il Cavaliere non gli ruberà la scena, e a sua volta – confidano i berlusconiani – ha già dimostrato di sapersi sedere attorno a un tavolo, lasciando nel guardaroba la maschera propagandistica che indossa nei comizi. Sa che l’età è dalla sua parte, che il vento soffia nella direzione a lui favorevole e che gli alleati sono oggi in una situazione di debolezza: Forza Italia, in particolare, ha 24 anni ma non cammina ancora sulle proprie gambe, e quando il Cavaliere deciderà di dedicarsi ad altro rischierà seriamente di ridursi a brandelli.

D’altra parte, negli anni la Lega ha dimostrato una capacità camaleontica fuori dal comune: cominciò nel 1994, facendo cadere Berlusconi per appoggiare il governo tecnico di Dini, e non ha mai smesso di adattarsi alle circostanze. Solo 5 anni fa i suoi gruppi parlamentari si chiamavano ancora Lega Nord Padania, adesso sono spariti il Nord e le aspirazioni indipendentiste; i federalisti di un tempo sono diventati i sovranisti di oggi; l’Europa dei popoli, una volta tanto agognata, è diventata ora un nemico da combattere spiegando che

vengono “prima gli italiani”. Nulla esclude che al momento giusto, quando Berlusconi lascerà un vuoto nello spazio conservatore, le ex camicie verdi lo riempiranno come ha fatto Trump in America: la vera staffetta, per Salvini, potrebbe essere quella.

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