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Se il Pd vuole rigenerarsi riparta dall'opposizione

Renzi dà, finalmente e formalmente, le sue dimissioni. E non poteva essere altrimenti. Nessun partito che non voglia candidarsi al definitivo suicidio politico potrebbe tenersi un leader che, dopo il...

Renzi dà, finalmente e formalmente, le sue dimissioni. E non poteva essere altrimenti. Nessun partito che non voglia candidarsi al definitivo suicidio politico potrebbe tenersi un leader che, dopo il 2014, ha perso tutte le elezioni e il referendum costituzionale, dilapidando milioni di voti e dimezzando il consenso. Persino la personalizzazione della politica ha un limite: quello posto, rudemente, da numeri che delineano una sconfitta storica.

Ma, come sempre, nel Pd tutto è complicato. Renzi ha inventato, persino, le dimissioni a tempo. Mirate a gestire, attraverso i fedelissimi, la fase in cui saranno decisi gli assetti della, forse, breve legislatura. Se, infatti, Renzi è formalmente fuori, il renzismo è ben rappresentato tra i nuovi parlamentari. È vero che assenza di potere e leadership declinanti producono smottamenti e ridislocazioni impensabili prima del tracollo, ma il Fiorentino punta ancora a giocare un ruolo determinante in questo difficile avvio di legislatura. Insomma, il leader è colpito, stordito, fortemente indebolito, ma in realtà è ancora in campo. Anche se questa resistenza a prendere atto dello stato delle cose è l’ennesima dimostrazione dell’incapacità renziana di comprendere che la sua leadership, e la sua concezione della politica, è stata sonoramente e definitivamente battuta. Abituato a pensare la politica come a un’ordalia, come un perenne giudizio su di sé, Renzi deve prendere atto che il pronunciamento, il 4 marzo come il 4 dicembre, e ancora prima nelle molte tornate amministrative perdute, c’è stato e gli è plebiscitariamente ostile. Se qualcuno pensa che il Fiorentino possa ancora dare le carte dopo una simile parabola discendente è fuori dalla realtà. Un ciclo è finito: l’ex leader faccia, appunto, il senatore di Scandicci. Se poi Renzi volesse farsi un partito tutto suo, questa è altra questione. Ma il macronismo alla ribollita nascerebbe in un contesto segnato dalla sconfitta, dunque con scarse prospettive.

Lo stesso no all’alleanza con il M5S deve prescindere dalla sorte di Renzi. Alcuni esponenti del partito, da Chiamparino a Emiliano, non scartano un accordo con Di Maio. Ma una consociazione da sconfitti condurrebbe il Pd al definitivo tramonto. Se la sinistra riformista vuole tornare a competere per il governo del paese, non può che rifiutare una prospettiva che la condanna alla subalternità.

Se il Pd vuole rigenerarsi non può che stare all’opposizione. Già in altre occasioni, vedi Bersani con Monti, i democratici hanno fatto da generosi donatori di sangue, pagando un prezzo elettorale elevato. Un partito che aspira a tornare a essere perno del sistema politico, e non allo strapuntino di turno, non dovrebbe nemmeno prendere in considerazione una simile ipotesi, che oltretutto trova l’opposizione di grande parte del gruppo dirigente e dei suoi elettori.

Ovviamente, stare all’opposizione ha senso se i dem ritrovano una precisa identità; se riescono a darsi una cultura politica che consenta di pensare soluzioni non subalterne all’ordoliberismo, a quella visione del mondo, attardata sul blairismo degli anni Novanta, che, ottimisticamente, vedeva nella globalizzazione solo opportunità e diritti e non, anche, regressioni e problematiche di transizione assai complesse. Se si dimostra capace di proporre soluzioni a questioni come: le trasformazioni tecnologiche che mutano il lavoro e fanno venir meno anche il legame tra livello d’istruzione e reddito; l’aumento delle diseguaglianze e la riduzione delle protezioni sociali; lo shock culturale legato al fenomeno migratorio; e, per restare solo in Italia, al crescente divario territoriale tra Nord e Sud. Su simili,

e altri temi, che mutano la società, il Pd, e tanto più il renzismo imperniato sul primato della comunicazione politica, hanno detto poco o nulla. Lasciando che sotto le ceneri dell’insoddisfazione covasse il risentimento divampato poi nelle urne.

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