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Siria, un copione da biasimare visto troppe volte

La recita interpretata l’altra notte dalle tre maggiori potenze occidentali nel bombardare con pantagruelica abbondanza alcune parti del territorio siriano e siglata ieri da un tweet con cui il Comandante in Capo Donald Trump, incurante del suo aspetto grottesco, proclamava «Missione compiuta» ancora una volta, non ha ottenuto alcun successo di pubblico, ma nemmeno di critica. A parte i soliti pacifisti ad oltranza, anche gli analisti politici e militari di provata fede filo-atlantica hanno biasimato il copione. In parte perché la sua trama propone nuovamente il solito assassino, che non è il maggiordomo ma le “armi chimiche”: quelle imputate da Bush jr. nel 2003 allo scomparso feroce saladino Saddam Hussein grazie all’esibizione di una semplice boccetta di materiale biancastro mostrata da Colin Powell alle Nazioni Unite, che diedero la stura alla seconda catastrofica invasione dell’Iraq, a quelle di un altro tiranno arabo, il siriano Bashar al Assad. Non scoraggiato perché il feudo di Saddam, perquisito da cima a fondo, non ne nascondeva nessuna, la lobby bellicista applaudì a una “linea rossa” tracciata in materia contro Assad da Barack Obama nel 2013, purtroppo senza conseguenze. Si compiacque pure per un’identica frontiera impostagli da Trump nel 2017; e per il tiepido castigo che il nuovo Presidente, pur considerato un “isolazionista”, inflisse al satrapo di Damasco quando lo ritenne colpevole di reiterazione del crimine. Reiterazione accertata di nuovo nelle ultime settimane dalle accuse provenienti da Duma, quartiere ribelle della capitale, con poche prove certe, ma tante sconvolgenti immagini senza copyright e però sicuramente attribuite ai pochi resistenti in grado di girarle, dunque autentiche.

La terribile angoscia da esse generate in tutto il mondo libero portarono a una sdegnata alleanza delle sue tre maggiori potenze: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia. La loro spedizione punitiva ha avuto luogo venerdì notte e ha portato, secondo i tre moschettieri Trump, May e Macron, a distruggere con chirurgica precisione fabbriche e depositi di armi chimiche sul terreno siriano, senza ferire minimamente né il potente alleato di Assad, cioè la Russia, né il meno potente amico iraniano, presenti entrambi con truppe e strutture su quel territorio. A questo punto sarebbero dovuti scattare gli applausi per gli interpreti del capolavoro da un mondo a loro riconoscente per aver difeso i diritti umani senza doppi fini e senza mettere in forse la pace sul pianeta. E invece gli esegeti più critici non sono d’accordo. Sull’autenticità delle prove, resa impossibile non appena l’Onu aveva disposto l’invio di una propria commissione a Duma. Sulla mancanza di doppi fini dei tre governi in azione: ciascuno infatti sospettato di aver agito non per difendere l’ umanità quanto per preservare la propria stabilità domestica. E se evidente è stata la zampettante fuga in avanti di Trump, giunto ormai quasi al redde rationem del Russiagate e dintorni, meno chiara è parsa quella degli altri due. Invece a ben guardare la britannica Theresa May, è stata la più implacabile accusatrice degli orrori riconducibili alla Russia di Putin: così, mentre Downing Street tremava per la crescente evidenza di fallimento della Brexit, si imbastì il caso Skripal, facendo urlare il pittoresco ministro degli Esteri Boris Johnson perché Mosca aveva riportato, nientemeno, che la guerra chimica in Europa. Per poi imbarcarsi in prima linea nella crociata medio-orientale quando apparve chiaro che la povera spia e sua figlia, presunti bersagli delle attenzioni dei servizi segreti ex sovietici, erano guarite, smentendo una tradizione di implacabile efficienza dei

medesimi. Quanto all’astro nascente Macron, la sua luce nel proclamarsi in possesso delle prove sulla guerra chimica sarebbe rifulsa più lucente se non esibita mentre l’illuminato reggente saudita Salman Bin Salman cenava in sua compagnia al Louvre.

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