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Regge l'alibi dell'inesperienza nel sonno dei partiti


Verso la fine degli anni ’50 al ministro degli esteri cinese Zhou Enlai – in visita di stato in Francia – fu richiesto un giudizio sulla rivoluzione francese. Pare che il grande uomo politico abbia risposto che era passato ancora troppo poco tempo, per azzardare una valutazione. Analogamente a meno di due settimane dall’insediamento del nuovo governo risulta un po’ difficile esprimere giudizi sull’operato, anche perché di “operato” ce n’è stato piuttosto poco, perché non si conoscono la tempistica e le modalità di intervento rispetto ai temi e ai “programmi” raccontati in campagna elettorale dai due vincitori e infine perché al tifo pregiudiziale – che decisamente non manca – è preferibile una sospensione del giudizio, finché non saremo in possesso di maggiori elementi.

Alcuni elementi a dire il vero, si sono manifestati in particolare per quanto riguarda la posizione internazionale dell’Italia, al suo rapporto con la Ue e con la Russia e alle “sanzioni” a quel paese; ma a una prima fuga in avanti del nostro premier Conte, ha fatto subito seguito un rapido ritorno indietro sulle posizioni europee.

Questione di inesperienza, di scarsa tenuta politico-psicologica del neo capo del governo o semplice sortita mediatica? Difficile dirlo, si affaccia tuttavia il timore, di una sua fragilità, di una difficoltà a entrare nel ruolo. Anche qui serve tempo, anche se a dar retta ai sondaggi, Conte non sembra aver sofferto del dibattito piuttosto acceso che ha accompagnato la presentazione del suo governo al Parlamento.

Mentre dunque aspettiamo che il “Governo del Cambiamento” cominci a cambiare qualcosa, si può agevolmente affermare che la campagna elettorale non si è fermata. Continua, più accesa che mai e continua – a nostro parere – con un attore principale, Salvini, che recita a soggetto e gli altri, Di Maio compreso, che cercano di ritagliarsi una battuta. Mentre ci avviciniamo a un nuovo voto amministrativo che vedrà coinvolti 761 comuni, la sensazione è proprio questa: sparite le opposizioni – attardate sul refrain sovranisti/populisti – in campo resta Salvini che detta la sua agenda, i suoi temi, rilancia e accelera le paure, radicalizza le posizioni e moltiplica i suoi voti, mentre Di Maio fatica a contenerlo, quasi che in questo momento fosse paralizzato dell’acido lattico accumulato durante la fase di contrattazione per il nuovo governo e dalle contraddizioni che esso si porta appresso per la sua base elettorale. Salvini dunque sembra ancora crescere, svuotando la cassaforte di Forza Italia, e non è quindi difficile prevedere per questa sera una nuova affermazione del centro-destra a trazione Lega.

In Veneto, ad esempio, si andrà al voto a Treviso, Vicenza, San Donà di Piave e Piove di Sacco. Quattro comuni in cui negli anni recenti ha governato il centro-sinistra. Prevarrà il centro-destra? È possibile, ma va sempre tenuto conto di alcuni fattori: la compattezza dei singoli fronti, l’esistenza di una fascia di elettori “moderati” che non ama le radicalizzazioni, il ruolo delle persone e di quella roba che una volta si chiamava buon governo, la debolezza del M5S il cui elettorato nel secondo turno potrebbe in misura leggermente superiore riversarsi sui candidati di centro-sinistra, nonostante il governo nazionale giallo/verde.

Più in generale tuttavia, siamo propensi a credere che nuovi lutti attendano il Partito democratico, intento finora al dileggio dei vincitori, ai sarcasmi, alle sterilissime invettive, alle parole “fatte”, nel sonno più totale della politica. Dicono – ma non abbiamo certezze – che dal meridione

d’Italia sia partita un’accorata implorazione ai vertici del Partito democratico: non venite a far campagna elettorale, se proprio volete mandarci qualcuno, mandateci Gentiloni! Non Renzi, badate bene, ma Gentiloni... uno che parla a bassa voce.

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