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Il marito: così ho ucciso Giulia

Erano quasi le 16 di giovedì scorso, 12 febbraio, quando i carabinieri hanno rintracciato Marco Manzini al pronto soccorso dell’ospedale di Sassuolo, dove era andato a farsi medicare al braccio sinistro che lui stesso si era fratturato nella colluttazione con la moglie. Solo quattro ore dopo, intorno alle 20, il presunto uxoricida, di fronte alle contestazioni degli investigatori, è crollato.
 E Manzini, nell’interrogatorio, alla fine ha spiegato tutto, nei minimi dettagli, raccontando quello che era veramente accaduto la sera precedente.
 Alle 20 i due coniugi si sentono per telefono e Marco, che pure in una precedente conversazione aveva invitato la moglie a cena (particolare che Giulia Galiotto aveva riferito con gioia alla sorella Elena), le comunica che non se ne fa più nulla perché deve andare in palestra. Giulia sorpresa ed irritata chiede a Marco se volesse cenare a casa o se poi mangiava qualcosa fuori. E’ stato a quel punto che Marco ha confessato a Giulia di essersi inventato la scusa della palestra per annullare la cena e che si trovava a casa dei propri genitori. «L’ho invitata a raggiungermi - ha spiegato il presunto uxoricida - per spiegarle perché le avevo mentito e perché non volevo uscire a cena con lei. Quando Giulia mi ha raggiunto nel garage, era infuriata. C’è stata una discussione che è degenerata in litigio». Marco Manzini, preso da un improvviso raptus d’ira, come lui stesso ha spiegato ai carabinieri, reagisce e raccoglie un grosso sasso, probabilmente appoggiato nel garage, forse per essere utilizzato come fermaporta. Ha spiegato di averlo afferrato con la mano destra e di avere colpito violentemente Giulia alla testa. Lei è caduta a terra e lui si è buttato su di lei e ha continuato a colpirla, tanto che nell’impeto ha colpito anche il suo stesso braccio sinistro.
 Agghiacciante quello che ha aggiunto Marco alla richiesta dei carabinieri se ricordava quante volte aveva colpito: «L’ho colpita fino a ché non ha smesso di respirare».
 Marco si rende conto di aver ammazzato Giulia. Allo sconforto e allo stato di paura e rimorso che a quel punto lo assale - almeno così si giustifica lui - subentra però d’improvviso una freddezza e una lucidità a dir poco cinica.
 Fa infatti scattare il piano per far passare una morte per omicidio come una morte per suicidio. Lo aveva premeditato? Lui nega e spiega che una volta tornato in sè, e compreso cosa aveva fatto, sarebbe stato sopraffatto dalla paura e quindi «ho cercato istintivamente di nascondere tutto». Prende un sacchetto della spazzatura e vi infila dentro il capo sanguinante della moglie. Tenendo in braccio il corpo di Giulia, lo infila nel bagagliaio della Seat Ibiza della donna. Prima di salire in auto si cambia gli abiti insanguinati e pulisce il pavimento del garage. Si fa meticoloso Marco in questa parte iniziale del tentativo di depistaggio. Così spiega agli investigatori di avere infilato gli abiti sporchi di sangue in un sacchetto e nell’altro anche lo straccio e il secchio usati per ripulire il pavimento. Non dimenticando l’arma del delitto, il grosso sasso.
 Proseguendo nella sua “deposizione spontanea” dice di essersi messo alla guida dell’auto senza rendersi conto di dove andare, senza una meta precisa: «In quel momento l’unico mio pensiero era quello di liberarmi del cadavere».
 Marco Manzini in effetti se ne libera in fretta, gettandolo nel Secchia dal manufatto in cemento alto una decina di metri. E’ nell’operazione di scarico del corpo della povera Giulia e nel tragitto dall’auto al ciglio del manufatto, che lascia dietro di sé quelle tracce che indirizzeranno le indagini verso un omicidio e non un suicidio. Mentre a braccia trasporta il corpo, cade ripetutamente e macchie di sangue restano sull’erba insieme con un orecchino che si sfila da un orecchio di Giulia. Lasciato cadere nel vuoto quel corpo senza vita, Marco raggiunge nuovamente l’auto, raccoglie il masso con il quale ha colpito la moglie e lo getta nelle acque del Secchia.
 «Ho fatto tutto questo in uno stato di concitazione, tanto da non rendermi conto del percorso che facevo, credevo di essere caduto anch’io in fondo al fiume», si giustifica in un sussulto di pentimento quasi a cercare di far intendere come in quel momento avrebbe voluto essere anche lui nelle gelide acque del Secchia, accanto alla “sua” Giulia che non c’era più, perché lui stesso l’aveva colpita «fino a che non aveva smesso di respirare».
 Ma dura il tempo di un flash lo stato di agitazione che lo stesso Marco Manzini descrive. Il suo diabolico piano deve continuare e lui torna freddo, lucido e determinato, tanto che in due diversi cassonetti si sbarazza del sacchetto con gli indumenti insanguinati e di strofinaccio e secchio con i quali ha pulito il pavimento del garage. E si dirige verso Sassuolo. Entra nell’autolavaggio self-service di “Panorama” e lava dentro e fuori l’auto di Giulia. Ha già pensato dove portarla: sul ciglio del dirupo dove ha gettato nel Secchia la moglie morta. Strada facendo si accorge però che sull’auto sono rimaste le scarpe di Giulia e allora sceglie un terzo cassonetto per sbarazzarsene.
 Lasciata l’auto, risale a piedi fino a casa dove entra scavalcando il muro sul retro per evitare di essere visto.
 Una volta in casa si toglie i vestiti insanguinati, li infila in un sacchetto di cellophane e li ripone nel bagagliaio della sua Punto. Dopo essersi lavato Marco, forse convintosi di non aver commesso alcun errore, inizia a costruirsi un alibi. Compone più volte il numero del telefonino di Giulia. Ma non è finita: cerca e trova il biglietto scritto dalla moglie quattro anni prima e nel quale, in un momento di depressione, la donna aveva manifestato tutto il suo disagio anche sentimentale. Un biglietto che avrebbe dovuto rappresentare la prova provata del suicidio di Giulia. Tanto che Marco ne usa il contenuto quando alle 23,10 contatta telefonicamente casa dei suoceri e dopo aver chiesto se la moglie era da loro, ottenuta risposta negativa, dice loro: «Ho trovato sul letto un biglietto di Giulia, sono molto preoccupato».
 Scatta la ricerca della donna: i suoceri, comprensibilmente preoccupati, cercano la figlia nei locali che frequenta con gli amici, Marco a S. Michele e a Sassuolo. L’allarme viene dato anche ai carabinieri e proprio loro all’1,15 trovano l’auto della donna. Poi il suo cadavere, la scoperta che Giulia non s’è suicidata ma è stata uccisa. E i carabinieri trovano anche i tanti indizi che portano in un’unica direzione: Marco Manzini.
 Il suo piano è fallito e quando gli investigatori gli chiedono di quel biglietto che non è scritto da lui, risponde che era di Giulia e che lo aveva scritto 4 anni prima, quando erano in crisi coniugale. «Ho conservato quel biglietto anche quando ci siamo riappacificati - ha detto ai carabinieri -. Io conservo tutto».

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