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Al teatro Comunale esordio de La Traviata

La regista Rosetta Cucchi spiega la sua lettura dell’opera: "Nella mia Violetta c'è la storia di ogni donna"

MODENA. Torna a Modena, a distanza di dieci anni, La Traviata, proposta in un allestimento completamente nuovo prodotto dal Teatro Comunale Luciano Pavarotti di Modena. Questa sera, alle 20.30, l’opera di Giuseppe Verdi sarà in scena al Comunale, replicando venerdì, sempre alle 20.30 e domenica alle 15.30. Protagonisti saranno l’Orchestra regionale dell’Emilia Romagna e il coro lirico Amadeus – Fondazione Teatro Comunale di Modena, diretti dal maestro Pietro Rizzo, accompagnati dalla compagnia Artemis Danza. Tra gli interpreti Irina Lungu, nel ruolo di Violetta; Giuseppe Varano, nel ruolo di Alfredo Germont; Milena Josipovic in Flora Bervoix e Paola Santucci nei panni di Annina. L’impianto registico, partendo dalla pagine di Dumas, sarà concentrato sulla dimensione psicologica, sentimentale e sociale dei personaggi, riconoscendo in questa visione la novità con cui la musica e il teatro romantico di Verdi si imponeva a metà Ottocento con bruciante attualità. Il nuovo allestimento, prodotto dalla Fondazione Teatro Comunale di Modena, in coproduzione con Fondazione Teatri di Piacenza, Fondazione Teatro Comunale e Auditorium – Bolzano, è stato curato da Rosetta Cucchi, già apprezzata per la regia di Sweeney Todd nel 2009.

In che modo ha curato questo nuovo allestimento de La Traviata?

«Sono partita dal concetto di estrema solitudine di questa donna, Violetta, che pur essendo attorniata da una Parigi in continua festa, vive una profonda solitudine, una donna che non identifichiamo in nessun luogo e tempo, sfiorata da ombre. Una donna sola in mezzo al mondo le cui ombre la sfiorano, senza toccarla».

Visivamente come si traduce questa solitudine?

«Vi è un centro, il cuore della scena, dove Violetta è quasi sempre sola, attorno a lei le masse si muovono, senza mai raggiungerla. Solo Alfredo, con la sua passione, riuscirà ad entrare. La mia Violetta è una donna fragile, che non significa debole. Si può far male ad una donna profondamente, anche se questa è estremamente forte. Questa è la storia di Violetta, che è costretta a scegliere una vita, poi per un attimo si ferma e guarda ad una vita diversa, un finale differente, lo immagina, lo sogna».

Si osserverà Violetta, dunque, combattere, opporsi al proprio predestinato destino. È stato più facile per lei, in quanto donna, carpire il lavoro sotteso alla restituzione della sofferenza di una donna che, nonostante la lotta, continua a rimanere invisibile?

«Questa è un po’ la storia di tutte le donne. Per questo in quanto donna è stato più facile capire questo stato di solitudine atemporale, che attraversa ogni epoca e ogni spazio. Per una donna è più complicato imporsi nel mondo: una donna che approccia la storia di un’altra donna dunque è capace di vederne i contorni. Una delle tante storie di donne umiliate dall’indifferenza del comune senso del pudore di una società benpensante».

Uno specchio della società attuale potremmo dire?

«Il motivo per cui ho scardinato il concetto di tempo e luogo è che questa è una storia che può capire ogni donna: sentirsi sola, fare da sola una scelta, non sapere se è quella giusta. Mi piace pensare che sia una storia comune».


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