Menu

Da trent’anni orfani di Gilles Villeneuve

Pilota straordinario, vive ancora nel cuore dei ferraristi

 

Da trent’anni corre per il mondo la notizia che esisteva un uomo, un pilota, capace di dare volto all’istinto temerario, al bisogno di rischio, a quella che si può definire paralisi dei sudori della paura. Se volessimo precisare questo volto, questo istinto sino all’ultimo lampo, se volessimo miniarlo nei minimi particolari, ecco, non potremmo che pronunciare il nome di Gilles Villeneuve.

Un nome ormai diventato più da sogno che da realtà, ancora in grado di portarci fuori, al largo, dove tramonta il calcolo e dove sorge il brivido. A lui non interessavano le alchimie che portano al campionato mondiale e nemmeno la vittoria, la pura e semplice vittoria. Aveva spostato più in là questa idea estrema: non gli importava vincere, voleva solo andar forte. Viveva di aria, di nervi, di velocità. Un bisogno primordiale.

E così - dall’inizio alla fine della sua vita - si votò all’ansiosa ricerca della “rapiditas” (come dicevano i romani, che ne avevano già afferrata l’idea) in grado di impregnargli ogni porzione dell’esistenza: da ragazzo appena un po’ cresciuto e con patente fresca, si fermava davanti alla casa della sua fidanzata, Joann, facendo compiere alla sua vecchia Ford una rabbrividente scivolata laterale; da giovanotto sfrecciava con la slitta delle nevi a velocità folli, con lame al posto delle ruote e un manubrio invece del volante. Quando arrivò alla formula uno, non cambiò né stile né metodo. Diceva: «Con la mia Ferrari, posso fare quello che voglio: derapare, frenare, accelerare, sfiorare».

Lo diceva così, semplicemente, senza alcuna drammaticità, mentre sul suo volto si accendeva un sorriso che poteva apparire persino timido, tanto era disarmante.

Fisicamente non aveva alcuna imponenza, ma infilato in una monoposto con un volante in mano e con degli avversari a fianco, diventava una specie di fuorilegge ricercato da tutte le prudenze d’Europa nonché del Nord e Sud America. In quasi cinque anni di permanenza alla Ferrari, trasformò una serie di sessantotto gran premi in spettacoli che suggestionavano la gente. La stregavano. Faceva sorgere l’impressione che la macchina stessa diventasse nervi, muscoli, riflessi e reazioni al limite dell’umano.

Ragionava così: «Credete che la gente vada alle corse per vedere se vince questo o quello? No, va alle corse per veder andar forte. Quindi, se si rallenta, anche se si è in testa, si inganna il pubblico».

Non c’era parte meccanica che non fosse messa a dura prova dalla sua guida. Glielo dicevano, ma lui alzava le spalle: «Non sarei Villeneuve...».

Si sentiva ed era il signore degli eccessi, seduto agli incroci dell’impossibile. Offrì grappoli di uscite di strada e di incidenti, mettendo a dura prova l’ostinazione di Ferrari che aveva puntato su di lui per una sorta di scommessa.

In Giappone trovò Peterson sulla sua strada, volò in aria e uccise due persone che si trovavano in un punto dove non dovevano essere. Per questo si assolse. A Long Beach, circuito cittadino, prese risolutamente la testa. Nell’ansia di doppiare Regazzoni in un punto impossibile, si autoeliminò.

A Montecarlo, all’uscita dal famoso tunnel, altra clamorosa uscita di strada. Aveva ceduto una ruota o una sospensione, ma i giornalisti non erano disposti a concedergli credito e l’attaccarono, definendolo “l’aviatore”. Lui rimaneva impassibile, Ferrari taceva.

Venne la follia del gran premio di mezza estate (era il 1979), a Digione in Francia. Gilles si staccò dalla normale anormalità di tutti i piloti e in tre giri varò la sua leggenda.

Si presentò fianco a fianco con l’avversario come sparato sul rettilineo da un enorme cannone. Quindi, dovendo entrare nell’orbita della curva, frenò al limite. E lì, in quella frazione di secondo, si rese conto di avere una ruota che si bloccava: l’anteriore sinistra. Vedeva la gomma davanti a sé strisciare sull’asfalto ed esplodere in una densa nuvola di fumo. Entrò in orbita ugualmente, senza perdere un centimetro di pista, sovrapponendo il rosso della sua Ferrari al giallo-bianco della Renault turbo di René Arnoux. Si ripetè una, due, tre volte. Si sfiorò, si toccò e siccome le telecamere erano tutte per lui, chiarì in eurovisione il significato della frase più comune e meno collaudata: non cedere. Continuò a correre riservando ogni volta qualcosa di speciale e la gente, anche quella comodamente seduta sulla poltrona di casa, andava in delirio. Quando era costretto al ritiro, cambiava canale o spegneva il televisore.

Stirling Moss, uno dei più grandi piloti degli anni a cavallo tra il Cinquanta e Sessanta, ne capì il perché: «La macchina - osservò Moss - lo porta a situazioni difficili e lui ha l’abilità di uscirne».

Naturalmente vinceva poco, molto meno di quello che avrebbe potuto. Intere colonne di giornale spiegavano l’avanzare della tecnica e il retrocedere dell’abilità di guida. Gilles smentì tutto, dimostrò di sapere guidare queste macchine sempre più sofisticate come gli assi di una volta facevano con le loro, assai più primitive.

Era ormai diventato una sintesi dei migliori: straordinario come Stewart (tre volte campione del mondo) nello scatenarsi sin dai primi metri; autoritario come Ascari (due volte campione del mondo) nel rimanere in testa; delicato egoista come Fangio (cinque volte campione del mondo) nel non concedere nulla agli avversari; leggendario come Moss nel sopperire alle deficienze del mezzo; leggero e inesorabile come Clark (due volte campione del mondo) nel sorvolare gli avversari.

Il commento essenziale del Drake di Maranello fu: «Credo che la Ferrari abbia un gran pilota».

L’8 maggio 1982 ci ha allontanato di trent’anni dalla sua tragica incomprensibile scomparsa. Stava correndo sul circuito belga di Zolder, durante l’ultima sessione del gran premio in programma per l’indomani. Spuntò da una curva velocissimo, si apprestò a doppiare sulla sinistra Jochen Mass nel momento stesso in cui il tedesco si spostava a sua volta sulla sinistra, con l’intento di dargli strada. Un’incomprensione. Volò in aria per effetto della gomma contro gomma, assieme al seggiolino di guida strappatosi dal telaio.

Finì contro una primitiva recinzione fatta soltanto di pali e di una rete

di semplice fil di ferro. Un incidente spettacolare e agghiacciante, cominciato nell’aria, finito tra l’erba e rilanciato per giorni interi dalle televisioni di tutto il mondo. Era un tuffo in cielo così perfetto nella sua traiettoria da sembrare già disegnato nella grande pagina del destino.

TrovaRistorante

a Modena Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGISTICA

Pubblica il tuo libro