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Finale colpita al cuore cancellati i suoi simboli

Quindicimila persone si sono ritrovate in strada, quasi tutte incolumi Gravi invece i danni a case, edifici pubblici, storici e capannoni industriali

Una città senza più la propria anima. Una città muta, spaesata, combattuta tra il miracolo di essere tutti ancora vivi e l’angoscia per aver perso l’identità. Perché Finale non ha più niente se non l’animo di rivalsa dei finalesi. Gente che si è rimboccata le maniche, che poco dopo la prima grande scossa notturna era già in strada per aiutare gli anziani, davanti all’ospedale per trasferire i malati su auto private, con le poche vettovaglie recuperate nella fuga offerte ai vicini. Si vive abbracciati, sperando che l’ultima scossa sia davvero l’ultima. Da ieri Finale non sarà mai più la stessa, non solo per il drammatico sisma che ha gettato nello sconforto oltre 15mila persone, ma anche perché i simboli della città non ci sono più. Non c’è più la torre dei Modenesi, per tutti la torre dell’orologio, la prima a sventrarsi a metà poco dopo le 4 e poi a sbriciolarsi con la scossa delle 16. Addio a metà del Castello delle Rocche, la torre più imponente se n’è andata subito, sotto gli occhi esterrefatti di chi già si era riversato in via Trento Trieste, l’altro bastione si è frantumato a metà pomeriggio. Si è salvata soltanto la parte restaurata appena un anno fa. Resterà lì ad imperitura memoria. Le sette chiese finalesi hanno subìto danni ingenti: frontoni crollati, navate cedute, opere d’arte sparite per sempre. Anche la chiesa di Massa è stata sventrata dal terremoto delle 4, la facciata si è staccata dal resto della struttura, il tetto è imploso. Resta invece fiero il campanile, crepato in più punti, ma ancora lì a simboleggiare l’orgoglio massese.

Ma ovunque ti giri vedi lacrime e distruzione. I calcinacci cadono dai tetti della parte storica di Finale. Tutta l’area del ghetto ebraico è a rischio. Dall’alto piovono tegole e detriti. I primi soccorritori si dannano a recintare con il nastro d’emergenza, ma sarà un lavoro lungo, lunghissimo. E poi ci sono le abitazioni civili: quelle del centro portano i segni del terremoto: crepe sui muri, suppellettili precipitati a terra, mobili spostati. Nessuno può tornare in casa, se non con il via libera dei vigili del fuoco e degli ingegneri che si alternano, molti dei quali professionisti del paese, già a disposizione dalle prime luci dell’alba. C’è chi improvvisa un blitz per recuperare almeno qualche effetto personale, ma gli amici e i familiari attendono in strada con il groppo in gola. Palazzo Veneziani, in via Frassoni, non c’è più. E’ imploso su se stesso, imprigionando una dozzina di persone, che si sono salvate soltanto con la forza della disperazione, abbattendo a spallate un muro di cinta. Il cimitero resta in piedi, se ne va soltanto il vecchio campanile, un altro simbolo della città.

E mentre tutti si cercano, abbracciandosi, gioiosi di essersi ritrovati, c’è la macchina organizzativa che parte spedita. Il centro operativo della protezione civile deve traslocare in fretta. Non dentro al Municipio come qualcuno avrebbe sperato, ma in via Montegrappa: il Comune, infatti, è inagibile. E’ crollato parte del campanile che custodisce le campane, alcuni travi sono crollati: impossibile entrare. L’ultimo a chiudersi il portone alle spalle è il sindaco Ferioli, entrato nel palazzo di piazza Verdi per cercare un estintore per spegnere un’auto in fiamme. Quell’auto brucerà a fianco della torre dei Modenesi, schiacciata dal peso delle pietre e distrutta dalla fiamme. E come lei risulteranno inutilizzabili tante altre vetture. La macchina organizzativa parte, si diceva. Al centro sportivo vengono fatti convergere gli anziani della casa protetta e i degenti dell’ospedale: resteranno lì curati da una ventina di dottori finalesi, coordinati dal dottor Tassi, finalese, primario del pronto soccorso di Carpi. A Massa, invece, la palestra delle scuole, inizialmente prevista come zona di ospitalità per gli sfollati, è off limits, un muro portante si è staccato dall’edificio costruito nel 2003. Edifici nuovi e vecchi, il terremoto non fa sconti né differenze. Finale piange il passato e guarda con orgoglio e paura

al futuro. La notte sarà lunga, praticamente nessuno dormirà in casa, meglio le auto, i campi della protezione civile, gli alberghi del comprensorio o l’ospitalità degli amici lontani. Nessuno dimenticherà mai, impossibile farlo. Addio vecchio, caro Finale.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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