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Tutti in piazza con una domanda «Quando posso tornare a casa?»

Persone in strada in mutande, che tremano per il freddo e la paura. Giovani e grandi, tutti abbracciati. Chi è più forte rincuora il vicino, ci si siede su qualche poltrona di fortuna e si attende un...

Persone in strada in mutande, che tremano per il freddo e la paura. Giovani e grandi, tutti abbracciati. Chi è più forte rincuora il vicino, ci si siede su qualche poltrona di fortuna e si attende un segnale, o l’ennesima scossa. In piazza Garibaldi ci sono decine di persone ferme sul listone. «Ma potrò tornare a casa entro sera?», si domanda una signora. No, non lo potrà fare. Giovanna Guidetti, de l’osteria La Fefa, doveva ospitare un pranzo: «Non mi è rimasto integro neppure un bicchiere», ammette. Sandro Palazzi, dipendente Panaria, esponente del Pdl locale, è tra i primi a stilare un bilancio delle condizioni delle chiese. «In casa eravamo impietriti – ammette – provavamo ad uscire, ma era come se qualcosa ci bloccasse. Le chiese sono messe davvero male, non se ne salva una. E’ una tragedia impossibile da descrivere». A pochi passi dall’ospedale si intravvede Maurizio Poletti, battagliero consigliere di opposizione. Il suo sguardo nel vuoto la dice lunga su come si senta. Poco più in là c’è anche Fausto Monari, abita a pochi passi dalla torre dell’orologio. «Siamo usciti di casa e non vedevamo nulla – racconta – c’era polvere ovunque, siamo arrivati in strada a tentoni. La torre cadeva, una sensazione impossibile da raccontare e dimenticare». L’ingegner Gherardo Braida abita in via Morandi, nell’ex ghetto ebraico. Poche ore dopo il terremoto si aggira con il caschetto in testa: si è già messo a disposizione per eventuali perizie. «Le strutture nuove hanno retto bene – spiega – per quelle più vecchie è un problema. Una stima Impossibile da fare, servirà tanto tempo». Luciano, infermiere all’ospedale, è stremato, ha lavorato per ore senza sosta per sfollare i malati. «Ringraziate tutti quei ragazzi che si sono messi subito a disposizione. Senza di loro non ce l’avremmo mai fatta così in fretta. Sono stati magnifici, dei veri angeli». Accanto a lui viene allestito un pronto soccorso da campo: sono parecchi i finalesi che vi fanno ricorso per escoriazioni e contusioni. I dottori li medicano, poi passano ad un altro ferito. C’è anche la dottoressa Rovito, primaria della struttura di Finale. «Sono tornata da Bologna di corsa, non riuscivo a parlare con nessuno. Ero preoccupatissima». Il dottor Rossi, invece, non si lascia sfuggire una parola. Da finalese sa cosa significa dire addio alla propria città. E poi ci sono le persone comuni, quelle che soffrono in silenzio. «Mai avrei pensato ad una situazione del genere – dice Michele Scacchetti, presidente del consiglio

– Eravamo pronti per un rischio idraulico, ma un terremoto era impossibile da pensare». Intanto a Massa lavorano sodo tanti volontari, coordinati anche dal vice-sindaco Daniele Monari e Andrea Ratti. «Siamo qui, soffriamo, ma non cediamo. La popolazione ha bisogno di rassicurazioni e aiuto».

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