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Sotto la tenda si sogna di tornare a casa

Nei campi si cerca di creare un clima familiare. «Siamo combattuti tra la paura e il desiderio di riavere la nostra vita»

I piccoli oggetti quotidiani, le abitudini di una vita, i ricordi sepolti sotto un cumulo di macerie. Un letto, una doccia calda, un giocattolo, una fotografia. Sfollati, senza una casa, la propria casa, in un disagio che si spera il più breve possibile, lenito soltanto dall’attività dei volontari di Protezione civile, arrivati da diverse parti d’Italia.

Da Finale a San Felice, da Mirandola a San Possidonio, fino ai centri allestiti a Carpi, Camposanto, Cavezzo e negli altri Paesi coinvolti nel sisma. Negli oltre venti centri d’accoglienza collocati nei comuni della Bassa, circa quattromila le persone, tutte con il pensiero a quella loro casa distrutta e abbandonata, depredata da una catastrofe naturale di cui nessuno vorrebbe serbare memoria. All’ingresso di ogni tenda, qualche anziano seduto su una sedia o su una carrozzina, quasi a voler restituire all’impersonalità della tendopoli una sembianza comunitaria: un volto familiare, un barlume di normalità a paesi e comunità distrutte che, nelle speranze di tutti, torneranno presto a risplendere. Non senza sacrifici e difficoltà.

«La notte in tenda si trascorre abbastanza bene – racconta l’anziano Adriano Pinca davanti la sua nuova sistemazione - Mi manca naturalmente tutto, ma qui non sto male».

Rosa Zara, originaria di Caserta, abita a Finale da vent’anni. Quando la terra ha tremato era nella sua abitazione, dove ogni singola scossa ha seminato panico e distrutto i ricordi di una vita.

«Non rimetto piede a casa mia dalla notte del terremoto – racconta - quando alle quattro di mattina siamo volati giù per le scale mentre tutto ci crollava in testa, in mezzo a un caos inimmaginabile». Quando pensa alla sua casa, il pensiero è combattuto tra la paura vissuta e il desiderio di tornare a vivere la sua vita: «Mi mancano tutte le mie piccole abitudini - aggiunge – la mia igiene: sogno una doccia, come non ne faccio da giorni». Poi si sofferma a fantasticare: «Andrei in cucina, preparerei un bel risotto agli asparagi, farei una bella torta e mi metterei a letto. So che però è solo sogno. Il trauma è troppo grande». Accanto a lei, c’è la 53enne Dina Pignatti: «Siamo in balia degli eventi, senza le piccole cose quotidiane che caratterizzavano la nostra identità». Le elenca tutte, come piccole mancanze che nessuna assistenza può colmare: «Cambiarsi di abito, lavarsi, pulire casa. Ogni tanto penso ancora di dover passare gli stracci per spolverare. Poi invece mi capacito che forse anche gli stracci saranno sotto le macerie. E allora penso ai miei libri. Tutta la mia vita era racchiusa in quella casa. E a cinquantatré anni ne ho raccolte di cose. Adesso non ho più niente». Pur nella sofferenza, Iella Aleotti trova ancora il coraggio di scherzare sul suo nome. È però un’ironia amara: «Con questo nome, non poteva capitarmi altro», dice mentre accenna un sorriso. È qui con tutti i suoi famigliari: «Mi manca tutto, tutto – ripete - Ogni oggetto che avevo in casa rappresentava per me una storia. Ora tutto è andato distrutto: quando siamo usciti, sentivo i cocci sotto i piedi. Custodivo in casa ancora i regali di nozze, di tanti anni fa. Sicuramente non ci saranno più. Non so come si potrà ricominciare». Il giovane Domenico Diana ripensa alle sue mura domestiche come un nido perduto: «L’affetto, l’atmosfera che c’era in casa. Ecco di cosa sento il bisogno. Adesso è dura». I suoi ricordi d’infanzia in frantumi: «La collezione delle mie macchinine sono tutte distrutte. Ne avevo una ventina, custodite da quando ero piccolo. Se penso ai quadri e ai libri, spero che qualcosa si sia salvato». Su una sdraio, Genua Giovanni Nico cerca di riposare: «Come desidererei un letto. Su queste brandine è impossibile dormire, c’è sempre casino». In tutti i centri allestiti, il pensiero dei terremotati è comunque rivolto alle proprie abitazioni. Il percorso che li porterà a rientrare nelle loro case sembra però ancora lungo. Solo allora si potrà davvero dire che questa tragedia e questo incubo sono davvero finiti. «Senza

casa manca la tranquillità – si commuove Francesca Mililli mentre dà da mangiare il rancio ai suoi figli piccoli - Si ha paura a rientrare nelle case, ma tutto quello che riguarda l’ambiente domestico è andato perduto. Un vuoto su cui adesso c’è paura».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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