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Tra tende e macerie con un nodo in gola

Abbiamo seguito il lavoro dei carabinieri: prima vigilanti nella zona rossa poi al servizio degli sfollati. E distruzione e dolore commuovono tutti

FINALE. Con i carabinieri tra la gente terremotata. Li abbiamo seguiti nel loro lavoro di presidio alle strade e in quello di sostegno, anche psicologico, alle popolazioni. Un viaggio che non può lasciare indifferenti e che finisce per colpire diretto al cuore.

Partiamo dal centro storico di Finale Emilia. Non possiamo più parlare di centro abitato in quanto è completamente deserto, delimitato da nastri bianchi e rossi con la scritta carabinieri e da qualche transenna. Passiamo oltre, il silenzio che regna sovrano. Solo il rumore di qualche calcinaccio calpestato dai militari, che continuiamo a seguire. Loro controllano la zona rossa, una pattuglia anti-sciacallaggio: calpestano macerie, passano per vicoli stretti, dove si notano case abbandonate, chiese distrutte, ma soprattutto silenzio. Un silenzio surreale. È un disastro. Non si è salvata una chiesa, come se qualche maledizione abbia voluto abbatterle tutte. Stessa cosa i municipi, i castelli, i simboli storici del paese. Ciò che non è crollato sarà sicuramente raso al suolo.

Lasciamo Finale Emilia e ci dirigiamo a San Felice sul Panaro. Stessa cosa. Stesso paesaggio. Stessa “quiete”… dopo il terremoto. Si, il terremoto. In qualsiasi parte del globo avvenga, il terremoto crea sempre sgomento, danno, dolore, distruzione. Sono migliaia gli sfollati che occupano le tende messe a disposizione e montate in tutta fretta dalla Protezione Civile. Ma chi è la Protezione Civile? È un organismo astratto, non palpabile con mano, ma ha i volti, la sensibilità i sorrisi e gli incoraggiamenti dei volontari (alpini in congedo, carabinieri in congedo, associazioni di volontariato, Croce Rossa, etc.), dei Vigili del Fuoco, delle Forze dell’Ordine. A distanza di una settimana dal tragico evento, la situazione nelle tendopoli è gravissima. Visitiamo i campi allestiti dalla Protezione Civile. Incontriamo due Carabinieri in servizio in un campo. Stanno lavorando, camminano, controllano, osservano, parlano. Si, parlano, perché gli sfollati hanno bisogno di conforto, vicinanza, una parola buona. Osservando attentamente solo una tendopoli su quattro è ben organizzata, in grado di offrire decoro e ristoro agli sfollati. In altre tendopoli, regna ancora la confusione. Nonostante la grande opera, il lavoro massacrante dei volontari, manca un coordinatore nell’emergenza. Non c’è il controllo degli accessi a tendopoli, mense, servizi igienici, anche se di igienico è Gli sfollati hanno grande dignità e sembrano avere finito le lacrime. Nei loro occhi si legge la disperazione, ma non la rassegnazione. Vediamo il loro dolore, seppur sommesso e composto, la riservatezza. Vediamo tanti anziani, chi non deambula, chi cerca conforto, chi si dispera.

Vediamo e percepiamo la paura, la paura di nuove scosse, ma al tempo stesso si intuisce la voglia di continuare e di vivere. Davanti a questo ci si sente tra l’impotente e l’inutile. Incrociamo altri due carabinieri tra le tende. Li saluto, ricevendo una energica risposta. Loro, i carabinieri, infondono sicurezza tra la gente, che cerca se non risposte, almeno conforto. Sanno usare le parole giuste al momento giusto e queste situazioni non possono fare a meno di commuovere, arrivano dal cuore.

Il caldo e l’afa si fanno sentire, ma non fermano questa grande macchina dei soccorsi. Anche se va… a tre cilindri. Riusciamo solo ad allungare la mano ed accarezzare qualche anziano e qualche bambino, impegnato a giocare con mezzi di fortuna nella tendopoli, o con qualche gioco che è riuscito a portar via da casa prima di abbandonarla in tutta fretta. Lacrime agli occhi e magone nella gola, ma non possiamo farlo vedere, dobbiamo trasmettere sicurezza, un sorriso, qualsiasi sentimento non identificabile con la disperazione. Difficile compito! È una tragedia nella tragedia.

Osserviamo gli sfollati che, con coraggio e silenzio, affrontano questo dramma. Colpisce la riservatezza, la compostezza, dalla quale traspare disperazione, ma al stesso tempo l’energia per combattere. Questa gente ha perso tutto: casa, auto, lavoro, certezze. Che tenerezza vedere quegli anziani nelle carrozzine!

Come possono vivere dieci persone in una tenda? Caldo, freddo, pioggia, che dramma! Dove sono le Istituzioni? Sul posto, da quel che vediamo, ci sono solo i Carabinieri dei paesi colpiti dalla calamità, insieme a vigili del fuoco… lavorano anche venti ore al giorno. Pure loro, i carabinieri in servizio nei paesi colpiti dal sisma, ed i loro familiari vivono accampati in una tenda costruita nel giardino della caserma. Ma nonostante ciò sono al servizio del cittadino: pattugliano, sono presenti nelle tendopoli tra la gente, cercano di risolvere i problemi, aiutano la gente. Gente comune, bisognosa, disperata. Persone, alla fine dei conti, pensiamoci, ognuno di loro potrebbe essere ognuno di noi! Nessuno chiede qualcosa, anzi sono loro ad offrire a noi qualcosa da bere. Questi sfollati nascondono il loro dolore, sono riservati. Non chiedono e non vogliono compassione. Solo amore. Vediamo tanti volontari, validissimi ma provati dal servizio.

Mentre camminiamo ed osserviamo mi giunge la conversazione telefonica di un giovane carabiniere che parla con la fidanzata, descrivendo il luogo in cui presta soccorso. Dopo il saluto di rito, il giovane militare manifesta la volontà di chiedere al suo comando alcuni giorni di licenza per fare il volontario in quei posti colpiti dal terremoto, invitando la fidanzata a seguirlo. Questi sono i nostri eroi! Coloro che lavorano in silenzio ed aiutano la gente, sempre, a prescindere. I volontari sono al collasso, mandiamo l’Esercito! Mandiamo altre forze dell’ordine! Si vede poca Polizia, solo qualche uomo della Guardia di Finanza e del Corpo Forestale dello Stato. Gli stranieri occupano il 70% delle tende, gli italiani preferiscono presidiare le case da vicino o hanno trovato rifiugio a casa di parenti ed amici nei dintorni. Qualcuno sospetta che visti i tanti immigrati sia partito un tam tam con i connazionali della vicina Bologna: della serie “venite qui e avrete vitto e alloggio gratuito e garantito”, quasi fosse la Caritas. Verità o leggenda metropolitana?

Inizia il crepuscolo. Guardiamo l’orologio attendendo il rintocco della campana. Attendiamo. Non suona. Alziamo lo sguardo e notiamo con amarezza che quella campana non potrà più suonare. È caduta pure quella. Ci avviamo verso l’auto fuori dalla zona rossa. Gli sfollati si preparano per la cena. E poi la notte arriva con la paura di un’altra scossa. Non si sa più che pensare o sperare. Un magrebino prega chinandosi a terra verso la Mecca. È il momento della preghiera.

L’italiano forse è distratto

dal mancato suono della campana parrocchiale. Lavora. Forse perché pregherà durante la notte, nella paura, tra una scossa di assestamento e l’altra. Forse. Con la speranza di risvegliarsi in un nuovo giorno. Migliore del precedente, ci auguriamo!

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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