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Allarme nuove scosse e scoppia la polemica

Sindaci furiosi dopo le dichiarazioni della Commissione Grandi Rischi

«Non esistono a tutt'oggi metodi scientifici attendibili per la previsione dei terremoti nel breve periodo. Tuttavia, la conoscenza del sottosuolo, le faglie e gli eventi che si sono succeduti dal 20 maggio a oggi permettono di formulare alcuni orientamenti per l'evoluzione futura». Così il capo del Governo Mario Monti ha presentato ieri il documento della Commissione Grandi Rischi sui terremoti di Modena e Ferrara. Un documento che ha scatenato polemiche e precisazioni in quanto interpretato - erroneamente - come l’annuncio di nuove forti scosse. E che ha fatto passare in secondo piano le novità nella gestione dell’emergenza, come l’arrivo sia di nuovi tecnici per le verifiche di agibilità, sia dell’esercito per garantire la sicurezza delle “zone rosse”, dove cresce la paura degli sciacalli.

Tutto era cominciato con la pacatezza tipica del premier. Che rivolgendosi alle popolazioni modenesi e ferraresi aveva affermato: «Vi è ben chiaro che un Governo non può né scongiurare i terremoti né, anche se dotato di tutti gli strumenti scientifici, prevederli, ma come Governo vogliamo incoraggiarvi a non vedere le cose in modo ancora più grave e preoccupato di come naturalmente già le vedete. Spero per voi sia un elemento di rassicurazione sapere che il Governo di un grande Paese come l'Italia è pienamente impegnato a essere vicino a voi concretamente e spero presto ci possa essere un rasserenamento della vita complessiva di questa straordinaria regione che è l'Emilia Romagna ma anche di lembi di Lombardia e Veneto e soprattutto delle vostre vite individuali. Sono particolarmente vicino alle famiglie delle vittime».

Poi, la Commissione Grandi Rischi e il suo documento. Questi i passaggi più significativi: «La sequenza sismica emiliana iniziata il 20 maggio ha attivato il fronte esterno dell’Appennino tra Ferrara e Mirandola, su una lunghezza di oltre 45 chilometri... Non esistono a tutt’oggi metodi scientifici attendibili di previsione dei terremoti nel breve periodo. Tuttavia la conoscenza del sottosuolo (le “faglie”) e gli eventi che si sono succeduti dal 20 maggio in poi permettono di formulare alcuni orientamenti per l’evoluzione futura... Nei segmenti centrale e occidentale della struttura che hanno già registrato gli eventi di maggiori dimensioni - tra Finale Emilia e Mirandola - le scosse di assestamento stanno decrescendo in numero e dimensione; nel caso di una ripresa dell’attività sismica nell’area già interessata dalla sequenza in corso, è significativa la probabilità che si attivi il segmento compreso tra Finale Emilia e Ferrara con eventi paragonabili ai maggiori eventi registrati nella sequenza; non si può altresì escludere l’eventualità che, pur con minore probabilità, l’attività sismica si estenda in aree limitrofe a quella già attivata sino ad ora».

Le frasi del documento in cui si parla di “probabilità” hanno suscitato allarme. Tanto che Vasco Errani - commissario straordinario per la ricostruzione, oltre che presidente della Regione - è intervenuto per chiarire l’equivoco sulla possibilità di nuove scosse nella Bassa: «Leggete bene il comunicato della Commissione: non si può prevedere, è solo un dato statistico». Ma intanto la “frittata comunicativa” era fatta. E gli amministratori di Modena, Ferrara, Reggio e Bologna - che il documento l’avevano letto bene - hanno espresso “incredulità e rabbia” durante l’incontro con Errani. Pure lui - è stato riferito - piuttosto irritato dalla Commissione. Sindaci e presidenti di Provincia hanno dichiarato, senza giri di parole, che la Commissione con quelle parole aggiungeva panico in una popolazione già psicologicamente molto provata. I sospetti si sono appuntati sulla Commissione, già nella bufera giudiziaria per il terremoto dell’Aquila con l’accusa di aver dato false rassicurazioni e di aver fatto analisi superficiali. «Che abbiano voluto mettere le mani avanti?» ha commentato un amministratore dopo il vertice.

Errani alla fine ha cercato di riportare il discorso al concreto: bisogna «accelerare ulteriormente la messa in sicurezza delle attività civili, sociali e produttive delle zone colpite». E per questo l’Emilia-Romagna ha chiesto e ottenuto un contingente di 300 unità dei vigili del fuoco per «l’accelerazione delle fasi di verifica sulle diverse tipologie di edifici, anche finalizzate alla rapida conclusione della loro fase di messa in sicurezza preventiva degli stessi». In campo anche l’esercito: arriverà un contingente militare «per aumentare il presidio, ai fini della pubblica sicurezza, in particolare nelle zone rosse dei centri abitati colpiti, come richiesto dagli stessi sindaci».

Il dipartimento nazionale della Protezione civile, in collaborazione con le università, gli ordini professionali e i Comuni, attiverà il «maggior numero possibile di tecnici professionisti nelle zone colpite dal sisma per accelerare ulteriormente le verifiche di agibilità delle strutture».

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