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Ance: chi non ha danni penalizzato dal decreto

L’associazione dei costruttori: gli interventi salvavita negli stabilimenti bloccheranno l’attività anche dove le strutture hanno retto”

Più passano le ore dalla pubblicazione del decreto sugli interventi urgenti a favore delle popolazioni terremotate e più aumentano le critiche, in particolare legate all'articolo numero tre che decide come e quando possono ripartire le aziende che si trovano nei territori della Bassa. Da ieri, in ogni caso, il decreto è legge con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e i tecnici, ingegneri, geologi, commercialisti ed esperti di turismo a questo punto sono alle prese con lo “studio” approfondito dei 21 articoli che lo compongono.

Il primo a dire “no” è stato il presidente di Confindustria Modena Pietro Ferrari e ora anche l'associazione dei costruttori Ance, cui spetta il compito di entrare nel merito delle questioni, parla di «grossi problemi e così nessuna azienda lavorerà, ci vorranno 5-6 mesi per ripartire ed è inaccettabile».

Ma andiamo con ordine. Il testo ministeriale si divide il tre parti rispettivamente dedicati rispettivamente a “Interventi immediati per il superamento dell'emergenza”, a “Interventi per la ripresa economica” e a “Misure urgenti in materia di rifiuti e ambiente”.

Il punto più criticato è l'articolo 3 titolato “Ricostruzione e riparazione delle abitazioni private e di immobili ad uso non abitativo; contributi a favore delle imprese; disposizioni di semplificazione procedimentale” dove si fa chiaro riferimento a cosa è necessario fare – anche da parte di chi non ha avuto problemi ed è nelle stesse condizioni nelle aziende di qualunque altra parte d'Italia – per riaprire con una agibilità temporanea. Non possono mancare i “Collegamenti tra elementi strutturali verticali e elementi strutturali orizzontali e tra questi ultimi”; non deve esserci la “Presenza di elementi di tamponatura prefabbricati non adeguatamente ancorati alle strutture principali” e di “Scaffalature non controventate portanti materiali pesanti che possano, nel loro collasso, coinvolgere la struttura principale causandone il danneggiamento e il collasso”.

La spiegazione del lungo decreto è affidato alle associazioni. «Con un gruppo di esperti – spiega il direttore di Ance Fausto Bedogni – abbiamo approfondito la materia e predisposto una bozza di provvedimento che per noi era ideale perché coniugava la priorità come la sicurezza dell'ambiente di attività per operai e imprenditori e la necessità impellente di ripartire per non perdere fette di mercato. Nel nostro documento, che speriamo sia recepito con un emendamento al momento della riconversione del decreto, si parla di sicurezza decisa dai tecnici competenti e non da una parte in causa». Il problema si presenta sempre all'articolo 3: «Già – continua il dirigente dell’associazione che fa capo a Confindustria – l'elemento che ci pone grossi problemi è quello che prevede la realizzazione di interventi salvavita negli stabilimenti. Però non si fa distinzione tra chi non ha avuto il benché minimo problema ed è nella stessa condizione di prima del terremoto e chi invece purtroppo ha subito danni. Perché non si fa differenza da azienda sana ad azienda lesionata? Questo bisognerebbe domandarlo al legislatore, a questo punto dobbiamo sperare che si corregga in corsa. Penso in particolare a tanti stabilimenti di Carpi, Soliera, Ravarino e altri centri: qui nessuno ha subito il benché minimo danno alle strutture, ma oggi lo stesso non possono operare perché non hanno adempiuto alle tre richieste di fissaggio delle travi, dei pannelli laterali e del pavimento. I tecnici qualificati super partes dicono invece che un edificio che ha retto a due scosse sismiche di notevole intensità e ancora funziona potrebbe lavorare e poi ci sarebbe la possibilità di fare gli interventi a produzione avviata, senza bisogno di restare chiusi per mesi. Attenzione: non lo dice il titolare, ma un professionista abilitato che mette la firma e il suo parere è coadiuvato da fotografie. Oggi nessuno

può aprire, la legge lo dice chiaramente. In questa maniera oltre il 90 per cento delle aziende dovrà fare interventi e dunque ci saranno difficoltà perché migliaia di imprese cercheranno le staffe e i professionisti abilitati oppure chi installa i materiali».

Stefano Luppi

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