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“Fate come in Friuli: poteri ai sindaci”

Sulla ricostruzione arrivano suggerimenti e moniti degli amministratori friulani

di Claudia Benatti

Nel 1976 il terremoto in Friuli fece mille morti e colpì il 95% degli edifici; fu una tragedia che annichilì il Paese, si pensò che quel pezzo di Italia non si sarebbe mai più rialzato. E invece non è stato così. I friulani sono riusciti a metabolizzare il loro pesantissimo lutto riemergendo dalla catastrofe più forti di prima. «Ma non è stato un caso» dice agli emiliani Ivano Benvenuti, che in quegli anni a Gemona, cittadina di 12mila abitanti, fu “il sindaco della ricostruzione”. I soldi arrivarono dallo Stato, ma la regia, unica, fu della Regione, che istituì ad hoc una segreteria generale della ricostruzione, delegando le competenze ai sindaci che assunsero decisioni e distribuirono i finanziamenti sfruttando la loro capillare conoscenza dei territori. Agli emiliani Benvenuti dice anche di «avere pazienza e sangue freddo, perché, prima di tutto, occorre attendere che le scosse si calmino». Anche in Friuli dopo la prima devastazione di maggio si pensava a ripartire subito, «ma le terribili scosse di settembre ci aprirono gli occhi». Poi, quando, la terra ritrovò un suo equilibrio, «abbiamo messo al lavoro squadre di tecnici per verificare la staticità di ciò che era rimasto in piedi, in modo che la gente, laddove possibile, ritornasse nelle case e nelle fabbriche ancora praticabili, passo indispensabile per ridare fiducia e tranquillità alla popolazione». Gli udinesi trascorsero l’inverno nelle località sulla costa, «poi in primavera la stragrande maggioranza della gente rientrò e si sistemò nei prefabbricati». Non abbiate paura di queste casette, sottolinea Benvenuti, «perché consentono di restare sulla propria terra mentre si procede con la ricostruzione». «E non fate l’errore di andarvene via, di costruire nuove città da altre parti, fate risorgere tutto dov’era prima».

Nell’inverno del 1976 gli amministratori friulani non rimasero con le mani in mano. «Vennero predisposti i piani di ricostruzione, organizzammo la rimozione delle macerie e senza far pesare i costi sulla popolazione; ci aiutarono con le spese la Regione Lombardia e gli alpini, furono favolosi. Poi via, con i piani regolatori e i piani particolareggiati per ridisegnare le nostre città sui luoghi dove c’erano le nostre radici». Arrivarono i soldi dello Stato, ma protagonisti furono gli enti locali e territoriali. «Alle leggi attuative ci pensò la Regione - prosegue Benvenuti - individuando due canali: da una parte la ricostruzione degli edifici distrutti e dall’altra la riparazione e l’adeguamento antisismico di quelli lesionati. Vennero delimitate e definite le zone colpite e si impose il loro adeguamento sulla base di criteri antisismici dai quali non si poteva transigere. Lo Stato ormai non vi entrava più, mantenne soltanto gli interventi sulle autostrade e, attraverso le Soprintendenze, sui beni artistici più importanti. Ma persino per le chiese si delegarono competenze alle curie e alle diocesi che predisposero i progetti di recupero più adeguati. Sul fronte delle attività produttive, gli imprenditori ripartirono nei container e nei prefabbricati e le piccole imprese del settore edile si rimboccarono le maniche perché per loro quello significava sviluppo. Nel campo delle ricostruzioni e delle riparazioni nei diversi settori economici e produttivi si misero in moto le aziende attraverso l’intervento degli assessorati competenti e grazie a meccanismi che sostenevano con finanziamenti chi ne era uscito danneggiato. E furono gli enti locali a ricevere e valutare i progetti e le richieste di singoli e gruppi, cui concedere poi i finanziamenti. La Regione poi fece una scelta vincente, superando tutte le divisioni politiche: rese i sindaci delegati regionali cui trasferì competenze vastissime perché sono loro ad essere a contatto con la gente. Riuscimmo anche a calmierare i prezzi, che stavano salendo con rischio di speculazioni».

Pietro Fontanini, attuale presidente della Provincia di Udine, ricorda anche la ricostruzione fedele delle due cattedrali di Venzone e di Gemona, «con il metodo dell’anastilosi, rimettendo insieme le pietre nell’esatto ordine originario, pietre che erano state raccolte, catalogate e stoccate da tantissimi eccezionali volontari». Anche lui mette in guardia gli emiliani dalle cosiddette “new town” aquilane: «Statene lontani, rimanete dove siete, ricostruite dove avete sempre vissuto, ma abbiate un po’ di pazienza». E un augurio arriva anche dai due attuali sindaci di Gemona e Tarcento, Paolo Urbani e Celio Cossa,

che una settimana fa hanno incontrato il sindaco di Mirandola per portargli la loro solidarietà: «Abbiamo visto negli emiliani la stessa caparbietà delle nostre popolazioni, abbiamo visto la solidarietà vera e siamo convinti che anche l’Emilia reagirà risorgendo, proprio come il Friuli».

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