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E grazie al prestanome il clan vince gli appalti

Da un’inchiesta spunta la storia di un “compare” della famiglia Schiavone. Un pentito: «Si lamentava dello stipendio basso, ora ha una casa faraonica»

MODENA. “Vigilare sulla ricostruzione”. È il monito lanciato dallo storico Enzo Ciconte che ieri a Bologna ha presentato l'ultimo rapporto sulle mafie in Emilia Romagna. Un dossier corposo. Una ricostruzione minuziosa dei fatti di cronaca accaduti negli ultimi anni.

Modena e provincia spartita tra clan dei casalesi e 'ndrangheta. Ulteriori conferme arrivano da due documenti che la Gazzetta è in grado di riportare. In una recente indagine della Procura antimafia di Napoli, spunta il nome di un prestanome del clan con interessi nel Modenese e dintorni. È “compare” degli Schiavone.

La paga del boss

«Nel 2002 non voleva fare più le estorsioni, ma si era recato dai figli di “Cicciariello” (cugino del boss Francesco Schiavone “Sandokan”) e si era messo a fare il loro prestanome perché lo stipendio che percepiva era troppo basso, anche in varie società edili che operano in Emilia Romagna, Firenze e all'Aquila. Nel 2008, dopo essere uscito dal carcere, ho incontrato nuovamente mio cugino Stanislao e mi ha confermato che sta facendo ancora il prestanome e che si è costruito una casa faraonica insieme al fratello in Casal di Principe, mi ha detto che gestisce ancora il bar dei Pini in Casal di Principe per conto dei figli di Cicciariello e che insieme ai fratelli Coppola Roberto, Domenico e Alessandro, ha costituito diverse ditte edili per conto del clan e in particolare per conto di Cicciariello e dei suoi figli con le quali vincono diversi appalti in Guastalla, Castelfranco Emilia, Firenze, Perugia e che inoltre in occasione del terremoto 2009 avrebbero conseguito i subappalti a L'Aquila».

Società e affari

Il collaboratore di giustizia, cugino di Coppola, parla chiaro. Racconta di lavori eseguiti a Castelfranco Emilia dalle aziende riconducibili ai Casalesi. Diversi appalti. Probabilmente le società di Coppola sono state chiamate dalla rete del clan già attiva sul territorio. Che a Castelfranco, Bastiglia, Bomporto, Nonantola, non sono poche. Da quell'indagine emerge un altro particolare. Si parla di denari. Di migliaia di euro da consegnare agli affiliati. «Ora il 50% di queste persone si devono pagare a mensile», dice uno dei capi, e aggiunge: «Perché ha fatto troppi viaggi da qua... venti volte... gli hanno dato pure i soldi... Modena». Una spartizione che dovrebbe riguardare anche Modena dove risiedono camorristi regolarmente stipendiati.

Frammenti che servono a rinfrescare il quadro complessivo della presenza del clan in provincia. Intercettazioni che confermano come i padrini e i servitori del clan nonostante gli arresti e i sequestri non hanno abbandonato la provincia di Modena.

Nell'ultima indagine della Procura antimafia di Bologna emergevano volti nuovi. E soprattutto gli imprenditori di Cavezzo e San Felice, Renato Corvino e Biagio Del Prete. Stipendiati anche loro, secondo una fonte della Gazzetta, come tutti gli altri arrestati, dal clan Schiavone e dalla fazione capeggiata da Sigismuondo Di Puorto, per un periodo referente modenese del clan. Corvino è il boss con la tessera del partito dell'ex premier. E vive in uno dei centri più colpiti dal sisma. Del Prete invece è quello citato in alcune informative riguardanti l'affaire Baglio-Ralenti-Fornari. Con la sua impresa avrebbe lavorato in alcuni subappalti nel paese dell'Appennino.
Agli atti di quell'inchiesta ci sono alcune intercettazioni in cui si citano personaggi di riferimento del clan in Campania. Come “zio Ugariello”, appartenete al clan dei casalesi con un ruolo ben preciso. Presenze ingombranti in un territorio che si appresta, sotto lo scudo dell'emergenza, a ricostruire interi comuni.

’Ndrangheta

È presente anche la 'ndrangheta nello studio di Enzo Ciconte. Si cita l'operazione Vortice, relativa al traffico internazionale di cocaina del clan Farao- Marincola, che aveva come base Modena. Si parla della bomba all'Agenzia delle Entrate, da cui si è sviluppata l'inchiesta “Break Point” che ha svelato gli affari modenesi del clan Arena di Isola Capo Rizzuto, noto per essere presente anche nel Reggiano. Lo storico dedica un paragrafo all'indagine “Re Artù” che ha svelato un traffico di titoli finanziari e che ha portato all'arresto di alcuni imprenditori vicini alla 'ndrangheta residenti tra Rubiera, Modena e Bologna e professionisti modenesi. Un'indagine che da Reggio Calabria è stata spedita a Bologna per competenza. Alcuni degli indagati sono legati da parentele e amicizie all'ex soggiornate obbligato Rocco Antonio Baglio, indagato insieme all'ex sindaco e alla nuova sindaca di Serramazzoni, in un'indagine coordinata dalla Procura di Modena.

Pronte le ruspe

Storie che si intrecciano nella provincia martoriata dal terremoto e sotto attacco delle cosche. 'Ndranghetisti che puntano in alto. E il pericolo per la ricostruzione potrebbe arrivare dalla vicina Reggio Emilia, dove lavorano i signori del movimento terra e dei rifiuti, imprenditori legati alla 'ndrina Grande Aracri, che di calabrese ormai ha ben poco. Oltre all'edilizia, all'immobiliare e all'autotrasporto, c'è di più. L'affare si chiama gioco d'azzardo legale e i clan calabresi ci hanno messo le mani da tempo.

Risiko dei voti

Al telefono ci sono Giulio Lampada, braccio economico del clan Valle-Lampada di Milano, e “Rocco”, ovvero Nicola Femia, che il territorio modenese lo conosce come le sue tasche e in passato ha fornito alcune consulenze al Clan dei Casalesi in materia di gioco d'azzardo. Sì perché “Rocco u curtu”, oltre a un passato da narcotrafficante, è un imprenditore dell'azzardo. La sua famiglia gestisce decine di società tra Bologna, Ravenna, Modena e Roma.

Ebbene, alle porte delle elezioni 2008 Lampada è in contatto con il politico reggiano dell'Udc Tarcisio Zobbi. Giulio Lampada ha una strategia precisa, aiutare Zobbi alle elezioni per permettere a un caro amico medico di entrare in politica. Una delle telefonate tra Zobbi e Lampada, pubblicata, da tutti i giornali termina con la promessa del boss milanese di coinvolgere un grosso imprenditore calabrese attivo in Emilia per convogliare voti verso il politico.

Da alcuni atti ecco spuntare un particolare ancora mai rivelato. Giulio Lampada subito avere chiuso con Zobbi, a distanza di un ora, telefona a “Rocco” Femia. Gli chiede un favore. Di convogliare il maggior numero di voti dall'Emilia Romagna per il candidato “nostro carissimo amico”. E di organizzare

una grande cena in Emilia Romagna, interessando tutti i territori, con numerosi invitati. Il resto e come siano andate poi le cose rimane un mistero. Ma il dato preoccupante è che sul territorio sono presenti personaggi legati alla 'ndrangheta in grado di muovere voti e spostare consenso.

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