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Modena: le scosse hanno ferito la chiesa di San Pietro

Il priore don Stefano: «Abbiano bisogno di finanziamenti per riaprire al culto»

«Lanciamo un appello alla città perché altrimenti non riusciremo a coprire tutti i costi dei danni causati dal terremoto, dunque contiamo sul buon cuore di chi vuole darci una mano per riaprire al più presto almeno parzialmente San Pietro». È una richiesta accorata quella che lancia il 38enne nuovo priore amministratore della basilica di San Pietro, Stefano De Pascalis nominato a febbraio e da tre mesi impegnato con i problemi post sisma nel grande edificio sacro. Una forte preoccupazione legittima dal valore dei danni quantificabile in un milione e mezzo di euro. Ovviamente, essendo la situazione meno tragica rispetto alle chiese crollate nella Bassa, meno si è parlato dei monumenti modenesi, ma basta una visita in San Pietro per rabbrividire. La seconda chiesa più importante della città dopo il Duomo ha le volte interne alte 24 metri completamente ricoperte di ponteggi perché le crepe causate dalle scosse del 20 e del 29 maggio sono state alcune centinaia. Alcune si vedono a occhio nudo nella navata principale e nelle due laterali, ma l'intero rilievo lo mostrano i tecnici dediti al progetto di ristrutturazione (lo studio Progettisti associati di Sassuolo) e dell'azienda edile, la "FBG costruzioni" diretta da Benedetto Ferrari. «La situazione è purtroppo piuttosto compremessa – continua don Stefano, laureato in teologia – e dunque serve uno sforzo da parte di tutti. Speriamo tra settembre e ottobre di poter riaprire almeno la navata centrale per riprendere le funzioni di culto e di confessione. Attualmente diciamo la messa in un corridoio laterale alla sagrestia di San Pietro, ma potete immaginare i disagi».

Una visita, per la prima volta, sugli alti ponteggi insieme al progettista Vincenzo Vandelli rende chiara la situazione: «Siamo intervenuti – spiega – prima con la messa in sicurezza e successivamente le lesioni che si sono allargate le abbiamo tamponate attraverso alcune tecniche moderne come la fibra di carbonio. Si tratta di un consistente ovviamente eseguito con la collaborazione della Soprintendenza». Le scosse del terremoto hanno anche messo in rilievo antiche decorazioni di cui non si aveva memoria. È avvenuto nello spazio che collega, nei pressi dell'organo cinquecentesco, due archi laterali: qui è venuta alla luce una traccia dell'antica decorazione che mai si era vista. Più in generale le tante opere d'arte della chiesa – altare, sei statue e rosone di Antonio Begarelli,

quadri di Bianchi Ferrari, l'organo medesimo – sono state messe in piena sicurezza per poter lavorare. «Un intervento necessario – conclude il preoccupato priore – perché i tecnici ci hanno detto che bastava essere qualche chilometro più vicini all'epicentro per avere crolli». (s.l.)

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