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Valenti: mettiamo in campo un modo nuovo di fare teatro

Il direttore artistico di Ert spiega perché ha accettato di sostenere l’iniziativa «Una sfida per ridurre le distanze tra pubblico e operatori dello spettacolo»

MODENA. «Nel teatro non bisogna mai adagiarsi, e ora è il momento di azzerare quanto fatto, indipendentemente dai risultati anche positivi fin qui ottenuti, e ripartire in un modo diverso», ci dice Pietro Valenti, Direttore artistico di Emilia Romagna Teatro Fondazione, proponendo così “Il ratto d'Europa” come una vera e propria sfida: «Occorre rimettere in discussione il ruolo del teatro, il modo di farlo, il modo di scriverlo. Con questo progetto vogliamo che ne venga individuato il processo creativo, valorizzandolo in funzione sia del pubblico che dei suoi interpreti, affinché possa costituire occasione di crescita per entrambi. Oggi come oggi - continua - c'è un'obiettiva lontananza tra pubblico e operatori teatrali, pertanto è giunta l'ora di procedere ad una sorta di nuova alfabetizzazione».

In bocca ad altri sono parole che potrebbero anche apparire velleitarie, ma pronunciate da colui che con le sue idee - ma soprattutto con la loro realizzazione - ha portato prima il Teatro San Geminiano al centro della vita teatrale italiana e in seguito lo Storchi di quella europea, che ha trasformato il Teatro delle Passioni (e con lui Emilia Romagna Teatro) in un polo delle ricerca teatrale internazionale, facendolo divenire, a poco più di dieci anni dalla sua nascita, elemento fisso della toponomastica modenese (per quanti lasciare la macchina nell'area ex Amcm ormai significa parcheggiare alle Passioni?) diventano assolutamente plausibili.

«D'altra parte - spiega Valenti - è necessario che il progetto intero di Emilia Romagna Teatro si faccia sistema integrato di forze tra quelle che sono le potenzialità di un'ente come questo e i territori nei quali opera e agisce in qualità di soggetto culturale. Ert intende porsi come un interlocutore reale che si muove mantenendo uno sguardo aperto su quei flussi artistici che provengono ormai dalle diverse discipline, ma anche sui luoghi e sulle persone, sulla realtà sociale e culturale alla quale appartiene».

Dobbiamo dunque intendere “Il ratto d'Europa” come il progetto che disegna il futuro di Ert?

«In certa misura, anche, per quanto non si sovrapporrà ad altri progetti, che andranno comunque avanti. Ma è chiaro che così noi vogliamo rimettere in questione le certezza costruite in questi anni, per verificare quanto sia possibile avvicinare sempre più persone al teatro di prosa, sempre a

rischio di rimanere attività di nicchia. E Claudio Longhi, col quale collaboriamo da anni con reciproca soddisfazione, ci è sembrato la persona giusta dalla quale ripartire, per riaprire le finestre e portare al teatro funzioni e prospettive rinnovate».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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