Quotidiani locali

Europa, una Unione a metà

Urge una svolta per non morire schiacciati dall’indecisione

Mai come oggi i temi europei sono al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica. Il Presidente Napolitano ha affermato che per uscire dalla crisi occorre “più Europa”, un passo coraggioso verso una maggiore integrazione. Altri vedono invece nell'Europa “dei banchieri” la causa profonda della crisi e chiedono di ritornare “padroni in casa propria”. Tutti guardano all'UE ma il suo volto mostra luci e ombre, non solo a seconda degli occhi (euro-entusiasti o scettici) coi quali la si guardi. Basta leggere i giornali delle scorse settimane. Il 19 settembre la Commissione UE ha annunciato lo stanziamento di 670 milioni per le zone colpite dal terremoto del maggio-giugno 2012, la somma più elevata mai destinata dall'UE per una calamità naturale. Il recente Trattato di Lisbona ha codificato la solidarietà quale principio costituzionale dell'UE aprendo la strada a un effettivo meccanismo europeo di protezione civile. Si tratta di un'importante evoluzione, alla quale il Centro di ricerca sull'UE della nostra Università, insieme a quelle di Milano e S. Anna di Pisa, ha appena dedicato un volume. È un segno di quella “fratellanza europea” di cui già parlava Victor Hugo. Per altro verso, giorni fa hanno tenuto banco le notizie sulla visita di Angela Merkel in Grecia, accolta da scontri di piazza nonostante una Atene blindata. Da decenni non si vedevano divisioni così forti tra governi e popoli europei, quali quelle messe a nudo dalla crisi. I tedeschi paventano di dover pagare di tasca propria per colpe altrui (corruzione; privilegi per la classe politica). I greci lamentano d'esser trattati con cinismo: i prestiti europei hanno tassi d'interesse che nessuno sognerebbe di proporre ad un amico. Più in generale, è evidente a tutti che l'UE si caratterizza sia per importanti successi (un mercato unico in cui persone e merci possono circolare liberamente; una tutela rafforzata per diritti, ambiente e concorrenza) che per gravi carenze (deficit di democrazia; eccesso di burocrazia; assenza di una politica estera comune). Successo e fallimento sono talvolta le due facce della stessa moneta: è il caso dell'euro, che presenta indubbi benefici ma mostra aspetti sconcertanti, come l'assenza di un governo europeo dell'economia. Tante sono le ragioni di questa situazione ma ce n'è una alla base di tutte: non è ancora chiaro che cosa sia oggi l'Unione europea e quale sia l'idea di Europa che abbiamo. La Comunità (oggi Unione europea) nasce come una “organizzazione internazionale”, un'associazione di Stati indipendenti, sia pure con caratteri peculiari. Il cammino d'integrazione ne ha progressivamente provocato una trasformazione, purtuttavia incompiuta. L'UE non è più una semplice associazione di Stati, come ad esempio l'Unione africana, nonostante il nome ripreso dall'esperienza europea. Ma neppure un'entità federale, con vero governo europeo, un esercito e polizia comuni. Il processo d'integrazione si trova da tempo in mezzo al guado, nonostante già nel 2001 i Capi di Stato e di Governo dell'UE avessero sottolineato come essa si trovasse ad un crocevia e si dovesse finalmente chiarirne l'identità. Da allora abbiamo avuto il fallimento della “Costituzione” europea e il Trattato di Lisbona, che ne recupera alcune novità ma abbandona ogni velleità chiaramente federalista. La crisi ha evidenziato l'insostenibilità della corrente situazione. Occorre decidere se procedere veramente verso un'Unione politica od optare per un progetto meno ambizioso, una grande area di libero scambio che non

presenti le attuali contraddizioni. Altrimenti l'UE rischia di morire, come l'asino di Buridano, per incapacità di decidere.

*Professore Ordinario

di Diritto dell'Unione europea

dell’Università

di Modena e Reggio Emilia

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