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Ratto d'Europa/ È a un bivio il processo dell’integrazione Ma resta poco tempo

Due strade per l’Eurozona: una democrazia sovranazionale o l’abbandono ad una inesorabile e pericolosa decadenza

Non è un caso che quello che chiamiamo “processo di integrazione europea” abbia cominciato a muovere i primi concreti passi solo dopo la seconda guerra mondiale, l'evento che sancisce drammaticamente la fine di un'epoca che, nel bene e nel male, aveva visto gli europei in una posizione centrale.

Nella mente dei fondatori il processo aveva tra le sue finalità innanzi tutto quella di preservare la pace tra i paesi europei, obiettivo che oggi si tende a sottovalutare e a dare troppo facilmente per acquisito, ma anche quella di recuperare almeno in parte la capacità degli europei di determinare il proprio destino, capacità del tutto perduta nel quadro di stati nazionali già allora definiti da Einaudi “polvere senza sostanza”.

L'obiettivo era chiaro fin dalla dichiarazione Schuman del 1950: giungere ad una federazione europea. Ci si arrivò più vicini di quanto comunemente si creda. Il tentativo di costituire un esercito comune e l'unione politica che ciò inevitabilmente comportava arrivò, giusto una sessantina d'anni or sono, sulla soglia della realizzazione, con un livello di dettaglio che oggi risulta davvero impressionante. Dopo quella battuta d'arresto, il processo ripiegò su di un'integrazione economica graduale, nella convinzione, rivelatasi erronea, che ad un certo punto essa avrebbe portato quasi automaticamente all'integrazione politica.

Il contesto della guerra fredda che “congelava” gli equilibri geopolitici, ha consentito al processo di avanzare, tra alti e bassi, lentamente, al ritmo minimo imposto dai governi nazionali gelosi delle loro prerogative, senza che ciò comportasse particolari difficoltà. L'integrazione economica ha conosciuto indubbi successi in termini quantitativi: il benessere dei suoi membri è aumentato, ha dato vita alla più grande potenza commerciale del mondo, è aumentato il numero degli stati aderenti, sintomo di successo ma al tempo stesso fonte di difficoltà per la prosecuzione del processo.

Ma ad un certo punto, con la fine del bipolarismo, l'orologio della storia ha ripreso a camminare, mettendosi quasi a correre per recuperare il tempo perduto.

Il processo di integrazione europea compiva in quegli anni l'ultimo importante (ma limitato e incompleto) passo: nel 1993 realizzava il mercato unico e dava vita al progetto della moneta comune. Era un progetto politicamente incompiuto ma l'idea diffusa era che ci sarebbe stato tempo per completarlo.

I vent'anni successivi sono invece stati caratterizzati da un susseguirsi di tentativi di riforma dell'Unione Europea tanto timidi quanto fallimentari. Intanto i rapporti di forza economici e politici tra le diverse aree del mondo mutavano rapidamente.

Diceva Delors che l'euro non è che un ponte gettato verso la federazione europea, in attesa che qualcuno vi ponga sotto i pilastri, costituiti da una politica economica e monetaria unica. Questi pilastri non sono stati realizzati e la crisi ha investito un'Eurozona più forte di altri mercati ma priva di istituzioni in grado di assumere decisioni in materia economico-monetaria con la tempestività e l'autorevolezza necessarie.

Il processo di integrazione, per quanto a piccoli passi è, dunque, giunto al bivio cruciale. Ma in ritardo, stanco e demoralizzato. Davanti si trova due prospettive: avanzare decisamente - anche non con tutti gli ormai 28 appartenenti all'Unione Europea - verso la realizzazione di una democrazia sovranazionale, in grado di perseguire con la necessaria legittimazione un interesse comune in quelle materie (come la politica economica e monetaria ma anche quella estera e di sicurezza) che ormai sfuggono ai singoli stati o tornare indietro, rassegnandosi ad una decadenza lenta ma inesorabile,

col rischio di derive nazionalistiche o micronazionalistiche, all'insegna del “si salvi chi può”.

I prossimi mesi, al massimo i prossimi anni saranno decisivi, la direzione scelta dipenderà da tutti noi.

* Movimento

federalista europeo

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