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Kyenge: «Presterò la voce a chi non ne ha possibilità»

Nata in Congo, modenese di adozione, sicura la sua elezione alla Camera: «Fare politica è un servizio per gli altri. Mi sento italiana, ne sono orgogliosa»

Il telefono squilla incessantemente. Da martedì sera è così, come cambia la vita se il tuo nome finisce in una lista che ti permetterà di diventare la prima parlamentare di colore.

Ma la vita di Cécile Kyenge Kashetu, 48 anni, nata Kambove nel sud del Congo, era già cambiata, per davvero, almeno un’altra volta, quando a 19 anni decise di lasciare il suo Paese per studiare medicina.

Il caso la portò in Italia, ed oggi eccola qui, a rappresentare quello che la società moderna forse poteva capire già qualche anno fa.

«Ma non lamentiamoci oggi. Diciamo che non è mai troppo tardi e viviamo con entusiasmo ciò che succederà da oggi in avanti».

Già, cosa succederà?

«Ancora non me ne sono resa conto. Quando ti dicono che andrai a Roma per ricoprire un ruolo in Parlamento ci vuole un po’ di tempo per mettere a fuoco quello che succederà. Io posso dire che ci metterò tutto l’impegno, come è stato fino ad oggi, per dedicarmi agli ultimi».

Quale sarà il suo impegno?

«Dare voce a chi è senza voce. Una bella sfida. Ma è quella che mi ha spinto in politica, ormai otto anni fa».

Racconti.

«Era il 2004, e un’amica, che oggi non c’è più e a cui devo dire grazie, mi ha coinvolto nella Circoscrizione 3. Lì ho cominciato a capire che fare politica significa poter fare qualcosa per gli altri. Poi è nata l’esperienza in Provincia, da consigliere, e contemporaneamente a livello regionale e nazionale col Forum Immigrazione e la Rete Primo Marzo. Devo ringraziare tutti».

Lo faccia.

«Prima di tutto il mio partito, Bersani, che mi ha dato la possibilità di mettermi di fronte a questa avventura. Poi il mio segretario regionale Stefano Bonaccini, che con lungimiranza ha sempre visto un po’ più in là, intendendo la politica prima di tutto come impegno civile, dentro alla società di oggi e non lontano, guardandola dall’alto. E non posso dimenticare Livia Turco, presidente del Forum Nazionale, con lei ho condiviso questi anni e se adesso ho questa opportunità è merito suo».

Quando ha saputo che sarebbe stata inserita in lista?

«Se ne parlava da sabato scorso, poi so bene come funzionano queste cose. Non ho voluto dire nulla a nessuno ed ho atteso che mi chiamassero. Ero tranquilla, per questo oggi sono ancora un po’ confusa».

A casa cosa dicono?

«Ho una famiglia bellissima che mi sostiene. Mio marito, Domenico, è italiano, conosce il mio impegno e quello che mi spinge a sostenere valori e convinzioni per i quali mi batto da diverso tempo. Anche le mie figlie - Maisha e Giulia, 19 e 17 anni - mi hanno sempre visto attiva e carica. A loro ho sempre detto: lavoro per i poveri. Io è da lì che provengo».

Quando decise di venire in Italia?

«A 19 anni, per studiare medicina. Mi decisi a lasciare il mio Paese per provare a diventare medico e poi rientrare per aiutare la mia gente. Sono riuscita nel primo sogno, oggi sono oculista, ma non nel secondo: in Congo sono sempre tornata per un mese all’anno a fare la volontaria negli ospedali. Ma in mezzo c’è stata la guerra civile, che dura tuttora e i miei piani sono cambiati. A mio papà e a mio fratello devo ancora dire questa novità».

Come è arrivata a Modena?

«A Roma studiavo alla Cattolica Gemelli, ma sentivo bisogno di una città più piccola. Così, imparando l’italiano, ho scelto di trasferirmi a Modena e di iniziare a sentirmi modenese».

Ora in Parlamento sarà più italiana che mai?

«Io mi sento congolese tanto quanto mi sento italiana. Il nostro Paese mi ha dato la possibilità di esprimermi. E questo è un valore grande».

Cosa la rende orgogliosa?

«Trovarmi un giorno davanti a mia figlia che mi chiederà “mamma che cosa hai fatto per me” e non fare scena muta ma poter dire che mi sono impegnata per gli altri. L’impegno continuerò a mettercelo, poi spero di riuscirci».

@dvdberti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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