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Un missile contro il Dc9 lo Stato paghi per la strag: morirono 5 modenesi

La Corte di Cassazione fa sua in sede civile l’ipotesi non accettata in sede penale Risarcimento ai parenti delle vittime: «Non garantita la sicurezza dell’aerovia»

ROMA. Il Dc9 Itavia che la sera del 27 giugno 1980 si inabissò nel mare di Ustica con a bordo 81 persone fu abbattuto da un missile. A trentatrè anni da quella strage ancora senza responsabili è questa la verità scritta nero su bianco, per la prima volta in via definitiva, dai giudici della Corte Suprema di Cassazione. Su quel volo morirono anche cinque modenesi: in plancia di comando c’era Edmondo Gatti, originario di Boccasuolo di Palagano, aveva 44 anni. Tra i passeggeri Paola Bonati, 16 anni, studentessa del liceo Muratori che stava raggiungendo i suoi genitori in Sicilia, Vincenzo Guardi, 26 anni, imbianchino di origine siciliana ma operaio di un’azienda edile a Carpi ed infine la 45enne Giulia Maria Concetta Tripiciano, docente di matematica all’università di Modena. Sull’aereo viaggiava anche Guglielmo Norrito, 37 anni, che aveva prenotato il biglietto da un’agenzia della città.

Il verdetto emesso dalla terza sezione civile del palazzaccio non dice, né era suo compito appurarlo, da quale paese straniero fu lanciato il missile che colpì l’aereo passeggeri in volo da Bologna a Palermo. Ma nel decidere sul ricorso presentato dai familiari di tre delle vittime circa l’ammontare dei risarcimenti, le toghe hanno scritto che «la tesi del missile è abbondantemente e congruamente motivata». Altro che bomba a bordo. E che di conseguenza il ministero della Difesa e quello dei Trasporti devono indennizzare i parenti delle vittime per non avere adeguatamente vigilato sulla sicurezza delle aerovie civili. E per avere messo così a repentaglio la vita dei passeggeri che quella notte si trovarono a volare in mezzo a una guerra non dichiarata.

«Non c’è dubbio che le amministrazioni avessero l’obbligo di garantire la sicurezza dei voli e che l’evento stesso dimostra la violazione della norma cautelare», scrivono i giudici parlando di «condotte omissive» e di «navigazione pericolosa» in quanto «esercitata in condizioni di anormalità».

Il verdetto della Cassazione è stato accolto con soddisfazione dai legali che dal 1990 in poi si sono battuti in sede civile. «La verità è stata sancita e per noi è una grande soddisfazione, dopo anni di depistaggi e omissioni. Bastava un minimo di buonsenso per capire che era stato un missile. Fu un’azione di guerra e ora bisogna chiarire le responsabilità internazionali», commenta l’avvocato palermitano Antonino De Lisi, che nella strage di Ustica ha perso la sorella ed un nipote. «La ferita resta sempre, ma la vera tragedia è stata questa volontà di occultare la verità», aggiunge De Lisi davanti alle voci di chi - come il deputato Pdl Carlo Giovanardi - ancora ieri è tornato a sostenere che il Dc 9 avesse un bomba a bordo.

Davanti alla Corte di appello di Palermo pendono altri ricorsi analoghi, già vinti in primo grado. Ad esempio quello che aveva condannato i due ministeri a indennizzare i familiari con 110 milioni di euro. Il rimborso è stato congelato in attesa della prossima udienza fissata per l’aprile 2015. Ma sulla materia pesa ora il sigillo della Cassazione che con la sentenza - per dirla con le parole del segretario del Pd Bersani, «potrebbe avere dato alle famiglie e all’Italia quella parola che aspettavano».

Ora però gli stessi familiari delle vittime chiedono che la ricerca della verità trovi nuovo slancio. Che si faccia luce su trentatré anni di depistaggi e di bugie. L’ex presidente della Repubblica Cossiga riferì, in un’intervista resa qualche tempo prima di morire, di una confidenza ricevuta dal vertice del Sismi ed affermò che il missile era stato sparato dalla portaerei francese Clemanceau (Parigi ha sempre sostenuto che la nave si trovava in rada

a Tolone). E da qui, dalla Francia, bisogna ripartire. Ne è convinto Andrea Purgatori, il giornalista del Corriere che indagò sulla strage. «Il muro di gomma comincia a scalfirsi - ha detto - Ora speriamo che qualcuno metta una bandierina su quel missile».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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