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Modena, la Fondazione Cassa di Risparmio dice stop ai riciclati della politica

Votato un cambiamento epocale: «Non è demonizzazione degli amministratori Bisogna evitare che si crei un sistema di porte girevoli tra gli enti e i Comuni»

Due anni e mezzo sono passati, per la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena è tempo del bilancio di metà mandato (gli attuali organi scadranno nel 2015). In questo lasso di tempo il mondo è cambiato, le erogazioni si sono forzatamente ridotte, la Fondazione modenese ha continuato a sostenere il tessuto locale, ha compiuto scelte strategiche - il Sant’Agostino - e finanziarie - l’aumento di capitale di Unicredit - piuttosto importanti. Tutto mentre le fondazioni sono finite nell’occhio del ciclone per il caso Montepaschi e le connessioni tra alta finanza e bassa politica. E a proposito di politica, proprio dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena arriva il primo esempio virtuoso: con l’approvazione della nuova carta delle fondazioni non potranno entrare a far parte dell’ente amministratori (sindaci e assessori) che negli ultimi due anni abbiano ricoperto cariche politiche elettive e amministrative. Un bel ribaltone, che stravolge la mappa del manuale Cencelli modenese e apre nuovi scenari.

Il professor Andrea Landi bada al sodo, guarda all’obiettivo, il suo problema non è certo quello di accontentare politici uscenti, piuttosto di far tornare i conti. A partire dal Sant’Agostino.

Presidente, partiamo dalle polemiche di questi giorni sulla legittimità del progetto del nuovo complesso museale. Stupito?

«La discussione è su un piano non condivisibile. L’iter progettuale è stato confrontato con istanze e vincoli degli enti di tutela, in piena consapevolezza. Quindi nessuna deroga alla normativa. Rispetto alla privatizzazione, beh... discutiamo. Diamo un comodato d’uso di 75 anni alle biblioteche che acquistano il doppio dello spazio. La Galleria Estense avrà una superficie maggiore. Tutto in piena autonomia gestionale. Mi sembra un atto di generosità nei confronti delle istituzioni pubbliche».

In effetti, più discutibile sarebbe il peso dell’investimento: 62 milioni di euro, di questi tempi, non sono una passeggiata.

«Capiamoci. Il progetto è previsto da anni e i 16 milioni della prima acquisizione dei locali servirono per la costruzione dell’ospedale di Baggiovara. Dobbiamo dire grazie a questo investimento patrimoniale. Ed è in quest’ottica che noi lo intendiamo. Un progetto da 62 milioni di euro significa un indotto notevole per il territorio e testimoniano il nostro impegno per gli spazi storici della città. A quella cifra ci arriveremo con accantonamenti annui iniziati nel 2012. Una fetta patrimoniale servirà poi a completare l’impegno per l’investimento. È dovere dell’attuale gestione, dal momento che il piano finanziario è stato approvato in consiglio di indirizzo, permettere al prossimo consiglio, che ci sostituirà nel 2015, di avere le risorse e completare l’opera».

A proposito di risorse: quelle destinate alle erogazioni sono in calo?

«È innegabile che la situazione è cambiata ma poter erogare 83 milioni di euro in tre anni è stata una bella sfida. E significa aver sostenuto per il 54 per cento il sociale. Abbiamo chiuso comunque il 2012 con 24 milioni di euro, sei dei quali legati al terremoto».

Il sisma ha cambiato anche le vostre priorità.

«Per forza. Era doveroso farlo. Abbiamo coordinato le fondazioni e tutte le attività possibile, a partire dai bandi sport e scuola, sono state per la maggior parte incentrate in quell’ottica. L’investimento più rilevante lo abbiamo fatto a Mirandola, per costruire il nuovo istituto Galilei».

Il 2012 è stato anche l’anno della Fondazione Fotografia.

«Ci siamo arrivati. Abbiamo creato una società strumentale per gestire al meglio questa esperienza che ci porta a collaborare a livello nazionale e internazionale per mostre ed eventi. Il master in fotografia prosegue e siamo arrivati ad un patrimonio di due milioni di euro in opere possedute».

Negli ultimi mesi, colpa soprattutto di Montepaschi, le fondazioni sono finite nell’occhio del ciclone.

«Il legame con una banca va sempre gestito. Parlo di noi e dico che sostenere gli aumenti di capitale è una fatica ma anche una responsabilità: io non ho visto una gran fila a metterci dei soldi. Noi lo abbiamo fatto e Unicredit oggi è un bell’esempio che dovrà ancora dare molti frutti nell’ottica di finanza tradizionale, meno investimenti e più commerciale».

È questo che dice il futuro anche per la fondazione di Modena?

«Decideremo se diversificare maggiormente i nostri investimenti. Ce lo dice anche la carta delle fondazioni».

Che mette paletti.

«Considero Modena un esempio virtuoso, e abbiamo recepito tutti i suggerimenti: evitare la troppa concentrazione negli investimenti, massima trasparenza nella gestione del patrimonio e discontinuità nella governance».

Ovvero?

«Modificare le regole elettorali. Abbiamo approvato che non potranno essere eleggibili coloro che negli ultimi due anni dall’eventuale nomina abbiano ricoperto cariche politiche. Stessa cosa si chiederà ai membri in uscita: no ad incarichi politici per l’anno successivo all’impegno in fondazione. Un’assunzione di responsabilità. Non una demonizzazione

della politica, ma evitare che il sistema sia governato come una porta girevole».

Allora abbiamo già la risposta a chi la voleva prima rettore e poi candidato sindaco.

«Esatto. La risposta è qui sopra».

@dvdberti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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