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«De Chirico, un grande genio dallo spirito infantile»

L’assistente di scultura del padre della metafisica fino a luglio all’hotel Real Fini con una mostra che affianca sue opere a quelle del grande maestro

MODENA. Geniale con spirito infantile. Così Lisa Sotilis definisce Giorgio de Chirico di cui è stata assistente di scultura. E la mostra, prorogata fino a luglio, all'Hotel Real Fini vede unite le opere dell'artista greca e del suo maestro. Opere che rinnovano il rapporto tra i due, a partire del 1964, quando Lisa, dopo la mostra a Berlino, ritenuta “enfant prodige”, entrò a fare parte con un contratto esclusivo, dell'entourage del famoso gallerista internazionale Alexander Jolas che la presentò ai più grandi maestri del tempo.

«Magritte, Max Ernst, Bawner, Dalì e pure de Chirico con cui - dice la Sotilis - trovai una affinità elettiva: stessa magica terra, la Grecia, stessa lingua, stessi interessi e due generazioni a confronto».

Come è diventata assistente e collaboratrice della produzione plastica del maestro?

«Quando Jolas gli ordinò una serie di sculture, finanziando l'operazione, Giorgio mi prescelse come assistente. Nella fonderia dei Fratelli Bonvicini a Verona, avevamo un ambiente tutto per noi, dove nascevano con il mio aiuto i gessi. Il maestro aveva tanta fiducia in me. Ero l'unica persona autorizzata a seguire, intervendo con ritocchi (potevo anche decidere di distruggere l'opera se lo na ritenevo idonea alla fusione), tutte le fasi della realizzazione, a cera persa, delle sculture in bronzo».

Cosa ricorda di quella esperienza decennale?

«Era una gioia infinita lavorare con un lui, un vero genio del secolo. Straordinario anche nella sua cultura, ma un tenerissimo fanciullo. Fresco, gioioso, giocherellone, come un attore sul palcoscenico impegnato in ruoli diversi interpretati con l'innocenza di un bambino. Si divertiva a sorprendere, giocando con le metafore e mascherando la propria genialità. Più che i cavalli, diceva di amare i teneri asinelli, capaci di ispirare tranquillità. Non mi sono mai divertita tanto come con lui e con Maria Beatrice di Savoia che veniva a trovarci in Grecia».

In verità, chi è de Chirico?

«Tutti i grandi artisti rappresentrano il loro periodo e una sintesi della cultura del passato e del presente. De Chirico, invece, ha superato ogni limite temporale, proiettandosi in una dimensione universale. Era in grado di sublimare la realtà, pervenendo ad un'armonia cosmica. Genio ed innocenza sono le parole che esprimono il suo valore, come quello di Lucio Fontana».

Qualche rammarico...

«Ero in America, quando morì. Mi era stata tenuta nascosta la sua malattia. Poi sua moglie Isabella Far mi ha ritrovata, attraverso Claudio Bruni, al quale si deve il catalogo generale del lavoro di de Chirico. Mi è stato chiesto di salvare i suoi gessi con un restauro che solo io ero in grado di fare».

In che misura ha subìto l'influenza del maestro?

«Ci siamo trovati nello stesso spirito greco e abbiamo operato insieme. Ma tutti mi riconoscono che, malgrado la giovane età, non mi sia fatta condizionare dal genio. Anche Salvatore Quasimodo parla, per i miei dipinti, gioielli e sculture, di forme segrete di “figure che si ritrovano come ghirlande, o corolle dai petali di carne”».

Come è cambiata l'arte del nostro tempo rispetto a quella del Novecento?

«Allora si assisteva ad una fioritura di arte e letteratura. Due le parole magiche di quel tempo: poesia e rispetto. Inoltre armonia di tutte le cose belle, fede nei valori umani. Purtroppo oggi abbiamo distrutto tutto, ci siamo allontanati dal nostro eden della cultura e della buona arte, per diventare brutalmente privi di ogni valore che ci sta portando quasi all'autodistruzione. Toccare il fondo per poi, speriamo, di rigenerarci e risalire la china, perché l'uomo possa essere più vicino agli dei, come nell'antica Grecia».

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