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fondatrice del marchio blu indaco

«Così mi ha stregata la macchina da presa»

L’autrice: «Ho iniziato in Sierra Leone documentando il riscatto dei bambini soldato»

Se la storia di Graziella Alboresi tocca il cuore e tempra lo spirito, altrettanto si può dire per la storia della regista che ha compreso e raccontato la valenza dell’esperienza di Graziella. Wilma Massucco, 45 anni, ha deciso qualche anno fa di seguire la sua passione, i documentari di denuncia. «Così ho deciso di lasciare il mio lavoro in una multinazionale come ingegnere chimico - spiega - era arrivato il momento di realizzare ciò che nella vita volevo veramente. Il mio primo lavoro l’ho realizzato in Sierra Leone, dove ho documentato il riscatto dei bambini soldati operato da padre Giuseppe Berton grazie alla ong Family Homes Movement. Si intitola “La vita non perde valore” ed è con questo documentario che sono nata come regista. Ero arrivata in Sierra Leone per un progetto di cooperazione internazionale dopo aver preso un master in mediazione dei conflitti sociali e interculturali. Terminato il progetto, padre Berton mi ha chiesto di rimanere e documentare il ritorno alla vita e il recupero sociale dei bambini soldati. Quell’esperienza è stata come un’illuminazione e ho iniziato ad autoprodurre e distribuire i miei lavoro con il marchio che ho scelto, Blu Indaco. “La vita non perde valore” ha ottenuto numerosi riconoscimenti, è entrato nel circuito delle scuole, è stato oggetto di una tesi di laurea e ho avuto modo di presentarlo anche nel carcere di Sant’Anna. Il tema chiave che ho voluto proporre è quello della sofferenza. Con il documentario “A mo(n)do nostro” ho invece voluto raccontare il punto di vista femminile nel rapporto di coppia, la forza delle donne quando amano. Le storie sono cinque e tutte diverse fra loro, tre donne sono italiane e due indiane. Di queste ultime, una ha 47 anni e l’altra 82. La prima ha rifiutato un matrimonio combinato, mentre l’altra ha subìto per tutta la vita il rapporto con un marito che la famiglia gli avevo imposto. Con lui, seguace di Gandhi ma nell’intimità tutt’altra persona, aveva viaggiato fra le tribù per accompagnarlo nella sua opera di mediatore culturale, ma non era mai stata considerata da nessuno. Quando le ho proposto l’intervista, mi ha raccontato tutto, le amarezze, le umiliazioni, la mancanza di amore, lo sfogo di una vita. Poi ho dovuto chiedere il permesso

dei familiari per poter utilizzare il materiale video e il genero ha accettato dicendo che era giusto che la verità venisse fuori. Insomma, è emerso come un certo modo di sentire al femminile sia universale e unisca questo mondo femminile così ricco e solido».©RIPRODUZIONE RISERVATA

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