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Anche don Giovanni Neri al processo Borsellino

Il sacerdote di Marzaglia testimone a Caltanissetta davanti alla Corte d’Assise ha raccontato quando conobbe l’ex pentito Vincenzo Scarantino nascosto in città

C’è anche un sacerdote modenese tra i testimoni del processo Borsellino che sta facendo emergere nuove rivelazioni tra i pentiti e gli ex pentiti delle cosche.

Nel novembre del 1998, il falso pentito Vincenzo Scarantino, manifestò al fratello Rosario la sua decisione di ritrattare. In cambio chiedeva però una ricompensa, ovvero un appartamento a Palermo in quel periodo abitato da sua sorella, moglie di Salvatore Profeta.

Lo ha detto don Giovanni Neri, sacerdote di Modena, nell’ambito del processo «Borsellino quater» in corso davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta.

Don Neri, da molti anni parroco di Marzaglia, entrò in contatto con i fratelli Rosario e Vincenzo Scarantino quando l’ex collaboratore venne trasferito con la famiglia proprio a Marzaglia. Il prete ha anche riferito che la sezione anticrimine della polizia di Modena chiese il suo aiuto per nascondere nell’auto di Vincenzo Scarantino diverse microspie. «Gli consegnai - ha detto il teste - le chiavi dell’auto e la polizia la riportò dopo tre, quattro ore».

Ad accorgersi della presenza delle microspie all’interno della macchina fu la moglie di Scarantino, durante un viaggio in Germania. Il sacerdote - ha aggiunto - di aver appreso della decisione di Vincenzo Scarantino di ritrattare direttamente da suo fratello Rosario. Sarebbe stato l’ispettore Antonio Castaldo, ad informare il Pm di Caltanissetta dell’intenzione di Scarantino di ritrattare.

E non è la prima volta che il nome dell’ex pentito Scarantino viene associato a Modena. Qualche settimana fa, infatti, sempre nell’ambito dello stesso processo, venne fatta questa rivelazione: lettera di minacce spedita di recente da Modena a un testimone chiave del processo “Borsellino quater”, sulla strage di via D'Amelio, dove morirono il giudice e la sua scorta.

A raccontarlo in aula è lui stesso, Vincenzo Pipino: «Ho ricevuto - ha detto - una lettera da Modena in cui c'era scritto che “Quando i pesci escono dall'acqua è meglio che stanno muti”. Ho avuto anche diversi problemi con la Questura di Venezia che ha proposto per me la sorveglianza speciale». Le minacce, ha sostenuto Pipino, sarebbero legate alla sua testimonianza al processo. Testimonianza che ha toccato il ruolo di Vincenzo Scarantino, il falso pentito autoaccusatosi del furto della 126 usata come autobomba per la strage, quando era detenuto a Venezia. Vincenzo Pipino trascorse all'incirca una settimana nella stessa cella con Scarantino nel carcere di Venezia. Vi fu trasferito per iniziativa dell'allora capo della Squadra Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, affinchè raccogliesse le confidenze dal falso pentito. «Non avevo nessuna intenzione -ha detto Pipino in aula- di raggirare Scarantino. Quando arrivai in cella gli scrissi un biglietto per avvertirlo che la cella era microfonata. Ma lui non sapeva leggere, per cui glielo feci capire. A suo carico aveva solo una denuncia per ricettazione, legata proprio al furto della 126. Continuava a ripetere che non c'entrava nulla e che era stato coinvolto nel furto della

macchina, da un suo amico. Non mi andava di aiutare La Barbera. Se lo avessi aiutato, avrei messo in pericolo sia la mia vita che quella di Scarantino. Dopo tre-quattro giorni che ero in quella cella, decisi di staccare le microspie per dimostrare a tutti che non volevo essere coinvolto».

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