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Parliamoci - Alluvione, i fatti e le parole

 Cinque giorni di silenzio davanti alla distesa d’acqua fuori controllo del Secchia. Poi la vista della montagna di fango che imputridisce la Bassa ha partorito il topolino della...

Cinque giorni di silenzio davanti alla distesa d’acqua fuori controllo del Secchia. Poi la vista della montagna di fango che imputridisce la Bassa ha partorito il topolino della proroga fiscale. Fino alla visita di ieri dei ministri Delrio e Orlando, la risposta è stata questa: nessun impegno preciso a riconoscere e garantire il risarcimento dei danni spaventosi, nessuna speranza di passare dalla proroga all’esenzione, solo la ricerca di risorse per risposte concrete che, però, fino ad ora sono queste. Fatti, dicono loro, e non parole: con qualche politico che sul territorio ha il coraggio di far da eco trionfante, stonata, persino sgradevole davanti alla sofferenza ripetuta della nostra gente, alla sua frustrazione. I fatti, come la reazione immediata dell’opinione pubblica testimonia, sono a oggi insufficienti, largamente. A chi ha avuto casa, campi, capannoni invasi e rovinati dall’onda anomala della piena (causata, surely baby, da quelle assassine di nutrie e volpi sfuggite agli inflessibili controlli degli 007 Aipo...) che respiro può dare la prospettiva di poter saldare i conti col Fisco un po’ più avanti, magari mandando il presidente Errani a pietire un’ulteriore dilazione? Nessuno. Come nessuna lezione neppure il terremoto è riuscito a impartire a un Paese rassegnatosi all’emergenza, senza avviare mai politiche diverse di prevenzione e tutela (fonte tra l’altro di lavoro e quindi sviluppo). E che in più non pensa neppure che, accettate come ineluttabili le emergenze, bisogna metterne almeno in conto e a bilancio preventivo i costi. I conti da pagare al destino e alla propria dabbenaggine: che puntuali arrivano, insieme ai disastri, siano essi naturali o dovuti alla complicità dell’uomo. Il senso di solitudine e abbandono, di distrazione con la testa ad altro, di rimozione del dramma vissuto ad ancora poco dal sisma 2012, è il tratto che più ha segnato i modenesi in questa maledetta settimana. E a volte, lasciatelo dire, servono anche

le parole: è nel silenzio che si sbaglia di più. Che ci si sente più soli, che si affonda, tutti insieme: anche se qui si è modenesi, emiliani, che per noi ha sempre significato essere italiani. Modena chi? sembra di sentirsi rispondere.

@engraz

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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