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Pagani: «Ho realizzato i miei sogni di bambino»

A tu per tu con Horacio, l’imprenditore giunto dall’Argentina per creare vetture inimitabili

Un grande tavolo di vetro. Sopra una collezione di macchinine Porsche sport prototipi anni '80. Dentro una vetrina il casco di Lewis Hamilton. Poi un tecnigrafo e una scrivania. Alle pareti quadri con auto da corsa. Horacio Pagani per un giorno apre le porte del suo studio all'interno della azienda a San Cesario sul Panaro. Durante l'intervista cita Leonardo Da Vinci e Michelangelo. Ma dietro tutto c'è un grande «amore» per il suo lavoro. La storia ha i tratti di una favola. «Sono nato in Ar ...

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Un grande tavolo di vetro. Sopra una collezione di macchinine Porsche sport prototipi anni '80. Dentro una vetrina il casco di Lewis Hamilton. Poi un tecnigrafo e una scrivania. Alle pareti quadri con auto da corsa. Horacio Pagani per un giorno apre le porte del suo studio all'interno della azienda a San Cesario sul Panaro. Durante l'intervista cita Leonardo Da Vinci e Michelangelo. Ma dietro tutto c'è un grande «amore» per il suo lavoro. La storia ha i tratti di una favola. «Sono nato in Argentina. Da bambino, quando abitavo in un paesino sperduto delle Pampas, dicevo a mia madre che da grande avrei costruito e disegnato macchine. Secondo me bisogna amare profondamente il proprio lavoro per riuscire a farlo bene».

E dall'Argentina, Pagani sceglie l'Emilia come culla delle sue automobili. Prima però passa 9 anni in Lamborghini.

«Cercare di fare un'auto in questa zona certamente non era una cosa facile. Però c'è una frase che ho letto da ragazzino, e che dice “meglio essere la testa di un topino che la coda di un leone”. Ed è questa la nostra filosofia, cioè fare qualcosa che abbia una certa unicità. Poi c'è un concetto di Leonardo che ci ispira: quello di fondere arte e scienza». Oggi l'azienda Pagani è una realtà internazionale. «Siamo l'unica compagnia al mondo indipendente: il 93% della società mi appartiene, mentre il resto è della Logitech, che produce mouse per Pc». Ma testa e corpo sono a S. Cesario, dove lavorano 90 persone, e dove è in corso la realizzazione di un secondo stabilimento in cui saranno costruite le vetture, mentre quello attuale diventerà «centro di ricerca» e «atelier creativo». Poi c'è l'orgoglio e la responsabilità del proprio nome su ogni automobile. «Non è stato semplice. All'inizio avevo preso in considerazione di rilevare anche un vecchio marchio, ma alla fine ho deciso di mettere il mio nome sulla macchina non per protagonismo, ma per senso di responsabilità. Queste macchine si chiamano Pagani, che era il cognome di mio nonno, ma anche quello di mio bisnonno che era partito dall'Italia, e che ha fatto un grande sacrificio. Ma è anche il cognome dei miei figli. Se metto il mio nome, mi devo impegnare per fare tutte le cose nel migliore dei modi possibili».

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Come nascono queste auto da favola?

«Prendono forma da un foglio bianco. Per la Zonda mi sono ispirato agli sport prototipi degli anni '80, che avevano delle forme romantiche e al tempo stesso aggressive. Poi ho preso spunto dagli orologi Patek Philippe perché hanno una grande precisione, e dagli aerei caccia per loro la tecnologia. Infine dalle barche di Carlo Riva. Michelangelo diceva che perfezione è la somma dei dettagli».

L'intervista a tu per tu Horacio Pagani

E la prossima auto?

«Huayra è l'auto su cui lavoreremo fino al 2020 in diverse versioni. Vorremmo continuare a essere una ditta piccola, e fare circa 50 60 macchine all'anno, che equivale a circa un terzo della richiesta che abbiamo. Continueremo anche con la politica di fare meno auto di quelle che ci vengono richieste, per mantenere alto il valore delle nostre vetture».

Marco Amendola