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Michele Notarangelo e la sfida estrema: sei giorni di corsa

Ha iniziato per perdere qualche chilo e togliersi dalla testa la cassaintegrazione, ora è un campione che gira il mondo

Sei giorni di corsa. Centoquarantaquattro ore filate a macinare quanti più chilometri possibile. Alzi la mano chi crede nella reale esistenza di una competizione ufficiale così strutturata. Perché il dubbio è lecito porselo, per i neofiti dell’ambiente, di fronte ad uno scenario di questo tipo. E invece esistono veramente e si chiamano “6D di corsa su strada”, dove la D sta per “days”, giorni. Allora ti figuri qualcosa di anni luce distante da noi, poi arriva quel dettaglio che riavvicina lo scenario marziano alla normalità.

LA RICERCA

Succede scorrendo le classifiche delle ultime competizioni in giro per il mondo: Michele Notarangelo, italiano, ricorrente fra le prime posizioni. Vignola, casa sua da 19 anni. E di colpo tutto si fa incredibilmente vicino. «Comprendo che possa sembrare qualcosa di fuori dalla realtà - ammette candidamente l’atleta di Vignola - e sono il primo a riconoscere si tratti di competizioni davvero estreme. Non so spiegare come sono arrivato a cimentarmi in gare di questo tipo, forse una progressiva ricerca del proprio limite, che ti porta a raggiungere un traguardo e a spostare sempre un metro più avanti l’asticella».

LA STORIA

Un metro o anche qualcosa in più, a conti fatti. Perché la storia podistica di Michele ha radici tutto sommato recenti ed una genesi che racconta di tappe bruciate. «Ho iniziato a camminare nel 2006 - inizia a raccontare Notarangelo - quando pesavo oltre 90 chili e mi sono trovato a fare i conti con la cassaintegrazione. Avevo bisogno di distogliere il cervello da troppi pensieri ed ho iniziato con qualche camminata all’aria aperta. Ho scoperto che la cosa mi faceva stare bene e sono passato a corricchiare, poi a correre. I chili scendevano e i chilometri aumentavano. Nel giro di un anno, ero diventato un assiduo frequentatore delle corsette domenicali vicino a casa, così, ad ottobre ho corso la mia prima mezza a Formigine. Di seguito, alcuni amici mi hanno consigliato le Tre Croci a Scandiano e sull’onda dell’entusiasmo ho deciso di provare a correre la maratona a Reggio. Da lì, non mi sono più fermato, prima la 50 chilometri, poi il Passatore, fino a quest’avventura con le 6 giorni».

L’ESTREMO

Già, la 6 giorni. Dove il risultato si misura in numero di chilometri percorsi, invece che a cronometro. «Funziona più o meno così - spiega Michele, con dovizia di particolari - le gare si svolgono sempre su circuiti di circa un chilometro, anche se ne esistono di più lunghi. La competizione dura sei giorni esatti, 144 ore complessive, nell’arco delle quali gli atleti sono autonomi sotto il profilo di gestione della gara. Spesso le gare sono organizzate all’interno di parchi o stadi, dove vengono allestiti punti medici, ristori attivi 24 ore su 24 e dove ognuno pianta la sua tenda per riposarsi o rifocillarsi. Ogni atleta viene dotato di un chip, che giro dopo giro rileva la distanza progressivamente percorsa e la posizione di classifica. C’è un tabellone elettronico visibile al centro del tracciato, sul quale ogni atleta può controllare in tempo reale i propri giri, i chilometri e la propria posizione. Sta ad ognuno di noi decidere quando e per quanto tempo fermarsi. Una sorta di autogestione di forze, secondo la propria preparazione e strategia di gara. Io solitamente corro per circa sei ore, mi corico in tenda per 50 minuti e poi riparto per altre sei ore e così via. Giorno e notte, non fa differenza».

LA SFIDA

Che Stephen King non ci era poi andato troppo distante, nel suo “La lunga marcia”. «È una sfida con se stessi, al di sopra di tutto. Richiede una forza mentale assoluta, ancora prima che fisica. È indubbio che si debba essere in forma fisicamente, saper gestire l’alimentazione in gara e recuperare con veloci sonnellini i traumi da sforzo prolungato, ma è la testa che deve rimanere lucida, altrimenti non c’è nulla da fare. Quando sei solo, in gara, specialmente all’inizio, lo scoglio psicologico è enorme. Parti e inizi a pensare che ti separano 143 ore all’arrivo: un’enormità. Poi pian piano la mente si distoglie e prende il via la battaglia mentale con se stessi. Si soffre, si pensa tanto e si solidarizza in maniera strettissima con gli atleti ed i volontari e questo è uno degli aspetti più belli di questo sport. È indescrivibile, ogni volta, la soddisfazione che si prova sul traguardo».

 

L’IMPRESA

Notarangelo è reduce da un’impresa nell’impresa, visto che nel 2014 è diventato il primo italiano a portare a termine con successo ben quattro 6 Giorni in poco più di sei mesi, da maggio a novembre. L’ultima, appena conclusa, l’ha visto conquistare il terzo posto nella 6 Giorni di Fort Lauderdale, in Florida, nell’ambito dell’Icarus Florida UltraFest. I risultati ufficiali parlano di 668,849 chilometri percorsi. Qualcosa come 643 giri dell’anello asfaltato ricavato all’interno di Snyder Park, nei pressi dell’aeroporto internazionale di Fort Lauderdale. «Sono contento di questo record e del piazzamento in Florida - commenta l’atleta nativo di Giovinazzo, che ha corso sotto i colori della Running 3.30 di Formigine - ero reduce dalla recentissima 6 Jour de France, corsa a fine ottobre, su un terreno dal fondo ghiaioso che mi ha causato non pochi problemi ai piedi. Inoltre in Florida ho accusato parecchio la solitudine e la difficoltà della lingua, oltre che il disagio acustico del vicinissimo aeroporto. Devo tantissimo alla mia famiglia, mia moglie Gina e mio figlio Nicolò, ed ai miei sponsor, Alberto della Running 3.30 e Riccardo di Ke Forma, ma anche ai volontari della gara di Fort Lauderdale: senza il loro costante supporto non sarei mai arrivato alla fine».

 

L’EMOZIONE

Carey Clarkson, volontaria per la prima volta all’Icarus UltraFest conferma, fra le righe del suo resoconto, pubblicato sul sito dell’evento americano. «Alcuni runners, Michele è uno di questi, sono stati sul punto di abbandonare. Mi sono chiesta spesso se sarebbe riuscito ad arrivarci in fondo. Ho continuato ad incoraggiare Michele, curando i suoi piedi, abbracciandolo, utilizzando le nostre app di traduzione sui cellulari per comunicare, in modo da fargli arrivare le mie parole di incoraggiamento. La conquista del terzo posto finale è stato un tributo a tutta la sua famiglia, che lo ha supportato durante la sua impresa. Michele mi è divenuto molto caro e so che saremo amici per sempre».

Dopo quattro 6 Giorni negli ultimi sei mesi, ora è il momento di ricaricare le batterie, per rilanciare la sfida nel 2015. «L’obiettivo è il campionato mondiale di 24 ore di Torino del prossimo aprile - conclude Notarangelo - dove gareggerò con i migliori atleti mondiali di specialità e cercherò di fare il massimo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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