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Quando la Bassa diventò un mare

La rotta del Secchia per opere inadeguate e pochi controlli Il Modenese ripiombò nel dramma. Ma la lezione è servita?

Paolo era un “reduce” del terremoto. Azienda nella Bassa, capannone crollato e la morte nel cuore. Ma dopo quel tragico maggio aveva trovato la forza di ripartire. Dove? A Villavara. A metà strada tra Modena e Bomporto e tra Secchia e Panaro. Ventiquattro ore dopo quel drammatico e purtroppo tragico - non dimentichiamolo perché ci fu anche un morto - 19 gennaio di un anno fa, lo “tsunami” del Secchia arrivò anche lì. Un altro calvario. Il capannone preso in affitto e dove lui e i suoi collab ...

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Paolo era un “reduce” del terremoto. Azienda nella Bassa, capannone crollato e la morte nel cuore. Ma dopo quel tragico maggio aveva trovato la forza di ripartire. Dove? A Villavara. A metà strada tra Modena e Bomporto e tra Secchia e Panaro. Ventiquattro ore dopo quel drammatico e purtroppo tragico - non dimentichiamolo perché ci fu anche un morto - 19 gennaio di un anno fa, lo “tsunami” del Secchia arrivò anche lì. Un altro calvario. Il capannone preso in affitto e dove lui e i suoi collaboratori cercavano una rinascita era un isolotto. Ma Paolo non ha alzato bandiera bianca. Non si è arreso. Come i suoi figli, i suoi operai. Come tutta la gente di Bomporto e di Bastiglia. Di Medolla. Di Camposanto, fino a quelli che occupano campagne e paesi alle porte di San Felice e di Finale. Eravamo reduci dal terremoto. Poi nel maggio del 2013 arrivò il tornado di Castelfranco e San Martino Spino. Ma per non farsi mancare nulla a gennaio metà modenesi hanno dovuto fare i conti con un argine del Secchia che si è sbriciolato sotto la forza dell’ennesima piena. “Colpa delle nutrie, delle volpi che creano tunnel sotto gli argini e li minano...” diranno i dirigenti di Aipo, l’ente che si occupa della solidità e della manutenzione degli argini piccoli o grandi dei corsi d’acqua. La realtà, mentre saliva il fiume delle giustificazioni, degli alibi, della fuga dalle responsabilità è che ventidue anni dopo l’alluvione del Panaro che ruppe a Cà de Coppi e arrivò a ridosso di Finale, il Modenese ha dovuto rifare i conti con una emergenza che, solo per fortuna e per la clemenza del meteo, era già stata sfiorata tantissime altre volte. Un morto, migliaia di sfollati, aziende e attività commerciali chiuse, oltre duecento milioni di euro di danni all’economia, alle abitazioni e alle campagne. Un altro pugno allo stomaco alla tenacia dei Modenesi con la solita beffa che, come per la prima scossa del terremoto del 20 maggio del 2012, su quella e questa tragedia inizialmente calò il silenzio dei media. Semplicemente per l’Italia non esisteva... Un anno dopo, buona parte degli argini di Secchia e Panaro sono stati - finalmente - puliti e consolidati (dovrebbe essere la norma non l’eccezione). E dove era possibile bonificati dai “bunker” delle nutrie. Il Governo ha stanziato 210 milioni per i risarcimenti a cittadini e aziende e questi soldi stanno arrivando. Quindici milioni sono già stati investiti in opere di consolidamento dei corsi dei fiumi ma altri venti dovranno essere spesi per dare fondo a progetti che mettano una volta per tutte fine al rischio alluvione per il Modenese. Servono argini più alti, opere idrauliche, casse di espansione adeguate. Ma siccome siamo il Paese delle inaugurazioni e anche quello che non sa cos’è la prevenzione e tutela del territorio, il Paese che dimentica in fretta, allora Modena anche questa volta dia l’esempio tenendo la guardia alta. Se i soldi ci sono vediamo di fare questi lavori per non stare col naso all’insù sperando che Giove Pluvio ci faccia la grazia. Nella Bassa ci sono strade che portano nomi come via Rotta, via Rottazzo e via Venezia. Sapete cosa ricordano? L’alluvione del Po con l’acqua arrivata anche qui e strade che appena piove sono lagune. Vennero chiamate così cinquant’anni fa da contadini e amministratori locali dalla testa grande ma dal cervello fino... Loro il pericolo lo avevano già conosciuto o fiutato come l’alluvione del Po che nei secoli passati arrivò più volte a Finale. Eppure siamo ancora qui a ricordare un’alluvione. Nella civilissima, industriosa e laboriosa Modena, terra emiliana stretta tra Secchia e Panaro e con il Po solo apparentemente lontano. Lasciamo perdere, dunque, processioni sugli argini del “grande fiume” come è accaduto qualche settimana fa a Brescello che fa tanto Don Camillo e Peppone e spot. Chiediamo e facciamo, invece, sul serio le opere infrastrutturali che servono. O il conto alla rovescia per un nuovo dramma è già iniziato.