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Rischio infiltrazione del clan dei Casalesi: fuori dalla white list

Mirandola. La Diana non potrà lavorare nella ricostruzione Soci “puliti” ma legati a personaggi considerati a rischio

MIRANDOLA. Sussistenza del pericolo di infiltrazioni, ecco il motivo per cui il prefetto di Modena, Michele Di Bari, ha rigettato l’istanza di iscrizione alla white list della Diana srl, società che si occupa di costruzione, commercio di beni immobili, acquisto, permuta, gestione e amministrazione di fabbricati civili ed industriali. Per i due soci “non sono emerse dirette cause ostative”, ma è il corollario che ruota intorno alla legale rappresentate e al suo collaboratore - che insieme sono in società anche nella Immobiliare Lodisi di San Felice e nella Brick, società entrambe in liquidazione - ad aver portato alla bocciatura.

Sono due le figure su cui si concentrano le informative legate alla Diana, che risulta aver incassato i soldi per la ristrutturazione della propria sede mirandolese. Si tratta di Andrea D’Oglia, dipendente della Diana e della Lodisi e di Giuseppe D’Onghia, convivente della legale rappresentante e fratello del socio. Per entrambi sono emersi “articolati collegamenti con il clan dei Casalesi”. D’Oglia fu arrestato per estorsione e minacce, con l’aggravante del metodo mafioso, insieme ai già noti Pasquale e Alfonso Perrone e Sigismondo Di Puorto, che tentarono un recupero crediti intimidendo le vittime dicendosi appartenenti o vicini all’organizzazione camorristica.

Per D’Onghia, che risulta anche liquidatore delle altre due società di proprietà della convivente, emerge invece “la continuità di frequentazioni e comunanza di interessi legati ad attività illecite con referenti in provincia di Modena del clan Schiavone di Casal di Principe, compreso Pasquale Perrone”. D’Onghia, nel frattempo, è dato per vicino a sodalizi calabresi e campani e in un’informativa venne segnalato quale affiliato al clan calabrese “Fortugno”. Nello stesso documento si evidenziava la frequentazione di noti pregiudicati, di locali pubblici e bische oltre che un tenore di vita spropositato rispetto alla sua attività edile. Come, ad esempio, recitava una scrittura privata in cui si impegnava a costituire una società per la gestione di un night, pagando due miliardi di lire. “Attività di reimpiego del denaro provente delle attività illecite del clan mafioso Fortugno”, ipotizzarono i carabinieri di Modena.

E ad aggiungere sospetti su D’Onghia ci fu

l’ospitalità fornita in modo continuato al noto pluri-pregiudicato Marcello Fortugno nella sua abitazione di Finale. Per chiudere ci fu anche la disponibilità fornita al tribunale di Sorveglianza di Bologna ad assumere nella propria ditta Rocco Gioffrè, referente a Modena del clan calabrese.

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