Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui
Esci

Sarte, operaie, “paltadòri” storie di donne e di battaglie nella Modena di un secolo fa

La rubrica "C'era una volta a Modena" è dedicata al lavoro e all’emancipazione femminile. Quando nel 1941 le donne della SIPE scesero in strada per chiedere salati migliori

Quando in televisione vediamo donne, in Africa o in altri paesi che definiamo "del Terzo Mondo", che rovistano in montagne di rifiuti, pensiamo che siano appunto "cose dell'altro mondo". In realtà pochi sanno che la stessa cosa accadeva anche a Modena.


Nel 1924 due veneziani, Giacomo Pastorino e Giuseppe Serra, si aggiudicarono l'appalto dello smaltimento dei rifiuti, che mantennero in varie forme anche nel dopoguerra. Tutti i rifiuti venivano portati "da Pastorino" (così semplificavano i Mod ...

Paywall per contenuti con meter e NON loggati

Paywall per contenuti senza meter

Quando in televisione vediamo donne, in Africa o in altri paesi che definiamo "del Terzo Mondo", che rovistano in montagne di rifiuti, pensiamo che siano appunto "cose dell'altro mondo". In realtà pochi sanno che la stessa cosa accadeva anche a Modena.


Nel 1924 due veneziani, Giacomo Pastorino e Giuseppe Serra, si aggiudicarono l'appalto dello smaltimento dei rifiuti, che mantennero in varie forme anche nel dopoguerra. Tutti i rifiuti venivano portati "da Pastorino" (così semplificavano i Modenesi), in un punto della Crocetta chiamato "Le Masse", in Via Morandi, una laterale di Via Divisione Acqui, accanto alla ferrovia. Lì donne rovistavano il "rusco", selezionando ciò che in qualche modo era ancora riciclabile, dalla carta agli stracci, agli oggetti di metallo, in condizioni igieniche pessime.
Non erano le uniche. Un lavoro simile facevano probabilmente le "straccine" della cartiera Brodano di Vignola agli inizi del Novecento.

Donne e lavoro nella Modena di un secolo fa / 1


"Al strazèr" era del resto una figura diffusa. A trenta metri da casa mia in via Nonantolana c'era una fonderia di ghisa (non era l'ILVA di Taranto, ma insomma …), e il giorno dopo la colata tutti noi bambini andavamo a setacciare quella montagna di polvere nera per raccogliere gli scarti di fusione e venderli al signore che passava tutte le settimane pedalando un triciclo. Tutto del resto nel dopoguerra si muoveva pedalando, dal gelataio "Felice" al lattaio "Paitòun", che prima della costruzione nel 1950 della Centrale del Latte in Viale Amendola, e anche dopo, riforniva la sera con i suoi bidoni d'alluminio tutta la Crocetta con il latte delle sue mucche.

***
Una fotografia scattata in campagna presso Carpi alla fine degli anni Venti ci mostra sì un uomo che solleva orgoglioso una forma di grana, ma anche tre donne con la macchina da cucire, una con un telaio e una che ricama con accanto due bambine che apprendono la tecnica.
 

Era chiaramente lavoro a domicilio, ed erano fatiche esclusivamente femminili. Nessun uomo avrebbe mai filato la lana, o usato la macchina da cucire, o fatto la bughèda.

Ma per le donne l'importante era contribuire al bilancio familiare, anche con lavori usuranti: le donne che uscivano nel tardo pomeriggio dalla fonderia Ricci in Via delle Suore indossavano tute sporche di fuliggine.

Donne e lavoro nella Modena di un secolo fa / 2

Le donne facevano le sarte, le commesse, venivano assunte d'estate alla cernita della frutta, ma lavoravano anche nelle filande, o addirittura nelle fornaci.

Imparavano a lavorare nella Scuola comunale per le Calzature economiche che aveva sede nel Patronato per i figli del Popolo, in una realtà, quella modenese, che tra le due guerre e nell'immediato dopoguerra produceva e vendeva in tutta Italia tomaie, scarpe, borsette. Nella fabbrica di borsette che mio padre aprì con altri due soci alla fine degli anni Quaranta in fondo a Via Due Canali lavoravano più di cinquanta donne, e alcune venivano in bicicletta da Nonantola o Campogalliano.

***

Il lavoro costituiva la vera possibilità di emancipazione delle donne, che soltanto il 10 marzo 1946 ottennero la facoltà di votare e di essere elette: “Sono eleggibili all'Assemblea Costituente i cittadini e le cittadine italiane che, al giorno delle elezioni, abbiano compiuto il 25° anno di età”.

E sarà la fabbrica, luogo del lavoro in collettività, a incrementare l'emancipazione.

La SIPE (Società Italiana Prodotti Esplodenti), fondata il 31 dicembre 1891 a Milano (chiuderà i battenti nel 1995) acquista nei primi anni del Novecento il Polverificio Pallotti e Osti di Spilamberto. Qui si fabbrica nitroglicerina e balistite, e poi via via tutto ciò che è servito alle due guerre mondiali. Qui lavorarono centinaia di operaie, capaci di manifestare nel 1941, in piena guerra, pur di ottenere piccoli aumenti salariali.

Carpi fu per più di un secolo la capitale dei cappelli in truciolo. L'arte del truciolo consisteva nel trarre dai tronchi di salice e di pioppo, opportunamente coltivati, delle paglie sottili (trucioli) uniformi per spessore, larghezza e lunghezza. Esistevano fabbriche, ma la maggior parte del lavoro era basata su una fittissima e nutrita organizzazione di lavoro a domicilio, che si rivelò fondamentale quando nel secondo dopoguerra prese avvio nel Carpigiano il settore del tessile-abbigliamento che ha fortemente caratterizzato l'economia di quel territorio.

Non c'era casa in campagna dove non vi fosse una donna al telaio.

***

Per Modena la “fabbrica dell'emancipazione femminile”, per usare l'espressione di Paola Nava che ha studiato il tema, fu la Manifattura Tabacchi.

Gli inizi dell'emancipazione furono difficili: andavano a lavorare lì anche le bambine, e fu soltanto nel 1905 che si stabilì l'accesso per concorso: bisognava avere almeno 15 anni.

Fu soprattutto la lavorazione dei sigari a richiedere un numero elevato di manodopera femminile: per lunghissimo tempo la maggior parte delle donne dello stabilimento furono occupate come sigaraie, come mia suocera, Bianca Pellini, che un'immagine ritrae accanto alla madre di Mirella Freni (manca tra loro due la madre di Luciano Pavarotti, quel giorno assente). Lavoravano in grandi stanzoni, sedute le une accanto alle altre, lungo banconi collocati per file parallele e avevano a disposizione una tavoletta di legno sulla quale preparare il prodotto, una ciotola contenente pasta d'amido da spalmare sulle fasce e un coltello a lama ricurva che serviva a sezionare la foglia e spuntare la testa dei sigari finiti. Ma era un lavoro sicuro, un lavoro pagato, e "el paltadòri", il cui cicaleccio era continuo, finirono per costituire una sorta di “casta” (al punto che una cartolina di inizi Novecento le ritrae all'uscita dalla Manifattura in Via Sant'Orsola), invidiata da chi un lavoro fisso non l'aveva: “L'e na paltadòra!”.

Di sicuro non l'aveva la vecchia che vendeva limoni, cordoni da scarpe e rocchetti di cotone in Via Albinelli davanti a Piazza XX Settembre gridando: “Chi vol i be limòun!”. Stava accanto a un signore anziano che in silenzio offriva ai passanti, infilati in uno stecco, pezzi di frutta caramellata, gioia per i ragazzi che andavano lì vicino alla Scuola media “Pasquale Paoli” in Via Grasolfi o al Liceo “Muratori”.

bussirolando@gmail.com

(3, continua)

©RIPRODUZIONE RISERVATA