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Le città fantasma imballate dentro i capannoni della Bassa

Tra San Possidonio e Mirandola ci sono enormi depositi con tutto l’arredo delle abitazioni inagibili E tutto, spesso, è diviso come ci fossero quartieri con tanto di indicazioni delle vie, dei numeri civici...

SAN POSSIDONIO. Il ritorno alla normalità è ancora imballato negli scatoloni. Ce ne sono a centinaia. E contengono di tutto: piatti, bicchieri, libri, corredi, lenzuola, vestiti di tutte le stagioni perché nessuno poteva sapere (e né può ancora farlo) quando sarebbe stata la stagione giusta.

Quella del ritorno a casa, che può anche voler dire riutilizzare finalmente quel buon vecchio (e comodo) divano, il servizio di piatti da sfoggiare nelle grandi occasioni, la bicicletta regalata a Natale, ...

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SAN POSSIDONIO. Il ritorno alla normalità è ancora imballato negli scatoloni. Ce ne sono a centinaia. E contengono di tutto: piatti, bicchieri, libri, corredi, lenzuola, vestiti di tutte le stagioni perché nessuno poteva sapere (e né può ancora farlo) quando sarebbe stata la stagione giusta.

Quella del ritorno a casa, che può anche voler dire riutilizzare finalmente quel buon vecchio (e comodo) divano, il servizio di piatti da sfoggiare nelle grandi occasioni, la bicicletta regalata a Natale, i libri di una vita. Il ritorno alla normalità dopo il terremoto del 2012 per decine e decine di famiglie è ancora imballato nei capannoni tra San Possidonio e Mirandola. Le chiamano le “città fantasma”, centinaia di metri quadrati dove chi ha perso la propria casa prova almeno a conservarne gli arredi e gli elettrodomestici, insieme a tutto quello che non è stato possibile portare nelle nuove abitazioni. Si vede di tutto nelle “città fantasma”, ci sono lavatrici, sedie, biciclette, divani, reti per il letto, materassi. E poi tavoli, librerie, attaccapanni, assi da stiro, ventilatori, lavelli da cucina, porzioni di soggiorno, lampadari, giochi per bambini. Prima del maggio del 2012 tutto questo era nelle negli appartamenti di via Volturno, via Isonzo, via Pace, via Focherini, via Dosso. A Mirandola, a Bomporto, a Concordia, a Cavezzo. Nelle maisonette, come nelle ville o negli appartamenti.

Ora è tutto stipato in pochi metri quadrati, imballato da un nastro che ne riporta la via, il piano, la famiglia, la data in cui i ricordi di una vita sono stati depositati in un capannone, chiusi in quegli scatoloni dove a pennarello è indicato il contenuto, proprio come si fa per i traslochi. Una “città” un paese fantasma che è ppossibile in qualche modo anche ricostruire virtualmente immaginando quartieri, strade e che per chi l’ha vissuta riporta alla mente a quella scossa nel cuore della notte del maggio 2012. L'unica differenza è che per queste famiglie non si sa ancora quando (e se) potrà mai essere concluso quello che è stata una tragedia, un dramma: «Ogni tanto qualcuno ci chiede di venire a recuperare della roba.

Oppure chi arriva finalmente regalando un sorriso perché è arrivato il momento di tornare a casa, riapre la porta chiusa da tre anni. Ma c'è anche chi a malincuore ha deciso di disfarsene», spiega il titolare di una ditta di traslochi che a San Possidonio, in uno dei suoi capannoni, conserva il mobilio di quelle famiglie che dopo il terremoto sono state costrette a trovare una sistemazione per tutto ciò che non è stato possibile portare prima nei Map e successivamente nelle nuove abitazioni. Chi non ha potuto permettersi l'affitto di un garage privato è ricorso alle ditte di traslochi, che hanno portato tutto nei capannoni, che si sono via via riempiti sempre di più e che oggi tardano a svuotarsi. Ce ne sono tanti nella Bassa.

Per una questione di comodità, i pallet che sorreggono quintali di mobili e scatoloni sono stati disposti in base non solo al Comune, ma anche ai quartieri. Chi prima abitava vicino, anche oggi ritrova la propria roba fianco a fianco su quelle pedane che sembrano tracciare i confini di quei luoghi diventati città fantasma, dove le case ci sono (ma non si vedono), dove regna un assoluto silenzio perché in pochi chiedono di portare via con sé ciò che prima arredava o faceva parte della propria casa. Molti non sanno ancora dove metterlo. Altri aspettano di portare via tutto. Qualcuno, invece, non ha ancora trovato una vera e propria sistemazione, dove potersi riappropriare finalmente delle vecchie cose che portano però con se i ricordi di una vita. È così che il ritorno alla normalità resta ancora imballato negli scatoloni.