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Fatto e rifatto: il Duomo di Modena che nessuno ha mai visto

Fatto e rifatto: il Duomo di Modena che nessuno ha mai visto

Viaggio nella storia con "C'era una volta a Modena" per scoprire che la nostra Cattedrale era ben diversa da come la conosciamo

 

MODENA. Due miei amici, due grandi fotografi modenesi, hanno documentato centimetro per centimetro il Duomo della nostra città.

La bellezza del duomo di Modena nelle foto d'epoca Una visione inedita del Duomo di modena nelle immagini del libro "C'era una volta a Modena" che mostra una Cattedrale ben diversa da quella odierna - L'articolo

Cesare Leonardi con la sua Hasselblad, in occasione della grande mostra “Quando le cattedrali erano bianche” allestita per celebrare l’VIII centenario della consacrazione del Duomo nel 1984, ha scattato oltre 10.000 fotografie, la gran parte in bianco e nero. Ne è risultato un Atlante fotografico di 982 pagine uscito l’anno successivo presso le Edizioni Panini, un volume spesso 6,5 cm, che pesa 5 chili: Giorgio Linares, responsabile della stampa, rincorreva Cesare gridandogli: “An gn'in stà piò!”.


Ghigo Roli per il nono volume della collana “Mirabilia Italiae” dedicato al Duomo nel 1999, edito da Franco Cosimo Panini, si accontentò di vedere pubblicate più di 1.500 delle oltre 6.000 fotografie a colori realizzate in 14 mesi di campagna fotografica.
Ma chi volesse vedere e capire come era il Duomo nella seconda metà dell'Ottocento dovrebbe rivolgersi a “Pellegrino Orlandini e Figli” che nel 1900 pubblicavano un Album di fotografie dal titolo Modena artistica - Duomo - Secolo XI, che il “Panaro” così commentava: “Lo stabilimento Orlandini ha giustamente pensato che non v’è ragione che i monumenti e le vedute di Modena devano essere illustrati da fotografi d’altre città, mentre esso possiede tutti i mezzi di compirne una illustrazione fotografica completa ed eseguita con ottimo intendimento”.
Guardando la facciata vedrebbe allora un edificio sporco, tappezzato di manifesti funebri, senza le torrette abbattute dal terremoto del 20 giugno 1671 e ricostruite solo nel 1936-1937, con due Leoni stilofori realizzati da Luigi Righi nel 1849 in sostituzione di quelli romani, uno dei quali aveva ceduto.
 

Nel protiro in facciata vedrebbe ancora il sarcofago del vescovo Giovan Battista Ferrari (morto nel 1502), ora all’interno del Duomo, in controfacciata; aguzzando la vista vedrebbe che nel 1851 uno stupido (purtroppo modenese), tal “Roncati Carlo”, aveva lasciato firma e data con un non breve lavoro di scalpello e martello ai piedi di Abele nella lastra di Wiligelmo.

Ma non avrebbe potuto vedere i fianchi del Duomo. A sinistra infatti le canoniche si appoggiavano al lato settentrionale (saranno abbattute soltanto nel 1898-1899 dando luogo a Via Lanfranco), congiungendosi al palazzo adiacente. Chi a destra avesse voluto recarsi in Piazza Grande avrebbe dovuto oltrepassare il voltone dell’Arcivescovado. In quella che poi sarebbe diventata Calle dei Campionesi l’Arcivescovado si congiungeva infatti al Duomo e consentiva il passaggio alla tribuna privata del vescovo. La proposta iniziale prima dell’abbattimento definitivo prevedeva un cavalcavia in ferro come quello che poi sarà realizzato in Corso Cavour per congiungere il Palazzo Ducale e l’ex convento delle Salesiane.

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In Piazza avrebbe visto naturalmente tante bancarelle e le botteghe ancora addossate alla Porta dei Principi, demolite nel 1886. Sulla Porta colpita dal bombardamento nel 1944 durante la Seconda guerra mondiale avrebbe visto nel protiro l’affresco andato distrutto, già allora frammentario, che un acquerello di Oreste Adani del 1896 conservato alla Biblioteca Poletti ci ha tramandato.

Un fianco sud diverso da quello attuale. Fino al 1798, quando il governo rivoluzionario francese della Repubblica Cispadana proibì l’esibizione di immagini sacre, tra la Porta dei Principi e la Porta Regia era ad esempio collocata la Madonna delle Ortolane, di cui sopravvive un frammento all’interno del Duomo davanti all’Altare delle Statuine, protetta da un altare ligneo e poi da uno in marmo disegnato da Pietro Termanini nel 1770.

Guardando le vecchie fotografie la Porta Regia, sui cui Leoni si sono seduti tutti i bambini modenesi (certamente anche nei secoli passati!) non pare molto diversa, ma il transetto mostra un grande finestrone e il cinquecentesco pulpito di Piazza appare molto più grande dell’attuale perché i quattro bassorilievi formano un tutt’uno.

Girando attorno alle absidi, dove ancora mancavano le fosse di drenaggio dell’acqua, avrebbe visto su quella nord ancora la statua di Agostino di Duccio raffigurante San Geminiano salva un fanciullo caduto dalla Ghirlandina, ora all’interno nella stessa abside. Si sarebbe poi imbattuto nei due muri di collegamento tra il Duomo e la Ghirlandina, fatiscenti già nel 1902 come testimoniano le immagini Orlandini qui riprodotte. Ma soprattutto (forse pochi Modenesi lo sanno) avrebbe visto una Porta della Pescheria ben diversa. Il protiro della Porta era infatti inserito in un muro distante circa 4,5 metri dal fianco del Duomo, appoggiato alla Ghirlandina e all’edificio di destra dove oggi hanno sede i Musei del Duomo.

Si accedeva alla Porta attraverso un androne, dove era collocato il monumento funerario di Ercole III d’Este, eretto nel 1820, portato poi nella chiesa di San Vincenzo nel 1897, una volta ottenuto il benestare della Casa d’Este. La rara immagine qui riprodotta ci mostra sulla parete anche tre delle Metope. Con un’operazione molto complessa il protiro venne addossato di nuovo alla Porta della Pescheria come vediamo oggi, mentre venivano abbattute le canoniche e si liberava il fianco settentrionale del Duomo.

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Chi fosse entrato in Duomo alla fine dell’Ottocento avrebbe visto un edificio completamente diverso, con altari barocchi, e al posto del pontile che tutti i visitatori ammirano una lunga balconata di ferro.

Con una scelta oggi inconcepibile, all'inizio del Novecento si decise di ridare al Duomo l’originario splendore romanico. Fu demolito il pavimento per riscoprire le basi delle colonne della navata, e vennero alla luce numerose tombe, alcune altomedievali appartenenti al duomo prelanfranchiano. Del resto prima dell’editto di Saint-Cloud emanato da Napoleone nel 1804, e che tutti abbiamo avuto presente studiando i Sepolcri di Foscolo, era prassi seppellire i morti in chiesa: in Duomo o nel suo sagrato o nelle arche marmoree romane reimpiegate ora nel Lapidario Estense, un tempo collocate in facciata o sul fianco sud, naturalmente venivano sepolti soltanto i personaggi illustri.

Vennero demoliti gli altari barocchi, quello del Redentore nella navata meridionale, quello del Crocifisso in quella settentrionale … e i cavalli entravano nel tempio per portar via i residui delle demolizioni. Si scavò davanti alla cripta, e soprattutto si tolsero i rilievi dei Campionesi, all’epoca murati sulla parete meridionale dell’abside sud, per realizzare l’attuale pontile, impatto straordinario per chi entra nel Duomo per la prima volta. Il Duomo restaurato fu spesso utilizzato per cerimonie pubbliche negli anni fra le due guerre e, incredibile!, ospitò perfino in una di queste due cannoni e relativi proiettili.

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Gli storici dell’arte, e forse anche noi modenesi, avrebbero molte cose da rimproverare a Tommaso Sandonnini (1849-1926) che curò i restauri e stese una scrupolosa Cronaca dei restauri del Duomo di Modena (1897-1925). Godiamoci il nostro Patrimonio dell’Umanità appena restaurato e tornato al primitivo splendore, quello che Dario Fo in un bellissimo spettacolo in Piazza Grande definì Il Tempio degli uomini liberi.

P. S. Le immagini qui riprodotte provengono in gran parte da Il Duomo com’era, un inserto di vecchie fotografie che pubblicai nel “Mirabilia” del 1999, e che si avvalse della generosità dell’Associazione Giuseppe Panini Archivi Modenesi e del prezioso lavoro che Cristina Acidini Luchinat e Luciano Serchia avevano realizzato per pubblicare il volume I restauri del Duomo di Modena 1875-1985.

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