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La Modena  che non c’è più: ecco le chiese scomparse

La Modena  che non c’è più: ecco le chiese scomparse

La rubrica "C'era una volta a Modena" ci accompagna in un viaggio alla riscoperta dei luoghi di culto trasformati o demoliti

MODENA. Tutti conoscono il Duomo di Modena, Patrimonio dell'Umanità. Non tutti sanno che la fede cristiana nel corso dei secoli ha eretto in città numerosissimi luoghi di culto, oggi in gran parte non più esistenti. Gusmano Soli, che dal 1905 al 1931 pubblicò a puntate i suoi saggi fondamentali per la storia degli edifici religiosi nella nostra città (poi raccolti nel 1974 nel volume Chiese di Modena, a cura di Giordano Bertuzzi) segnalò ben 91 tra chiese, oratori e cappelle.

Le righe che seguono non intendono naturalmente essere un trattato di storia o di storia dell'arte. Vogliono semplicemente ricordare alcuni degli edifici religiosi modificati o distrutti nel corso del tempo, di cui si è persa traccia o memoria. È a questi che dedichiamo questa puntata della rubrica. Vogliono costituire anche un invito ai Modenesi a entrare e a contemplare il patrimonio esistente, sia a chi non vi entra da tempo, o (è possibile!) a chi non c'è mai entrato.


La più clamorosa scomparsa di un edificio religioso è stata certamente l'abbattimento illegale della chiesa della Crocetta, vincolata dalla Soprintendenza, un edificio che risaliva alla fine del Settecento dove tutti gli abitanti di quel quartiere erano stati battezzati, cresimati e comunicati, ad opera del parroco don Sergio Mantovani, grande appassionato di motori, chiamato da allora "don Ruspa": "Fui condannato a 10 mesi e 10 giorni di reclusione oltre a 30 milioni di risarcimento con pena sospesa", ma purtroppo la chiesa non c'era più.
Anche sulla Via Giardini fu demolita una chiesa antica, dedicata ai Santi Faustino e Giovita. Già nel XIII secolo lì esisteva un luogo di culto, lungo la via per la montagna. Nel 1962 fu abbattuta la chiesa preesistente per dar vita alla nuova, consacrata nel 1966.
Più lunga è la vicenda del monastero della Visitazione di Santa Maria, ordine fondato nel 1610 da San Francesco di Sales. La prima sede delle Salesiane - dono della duchessa Laura Martinozzi - fu in Corso Vittorio Emanuele II, all'angolo con Corso Cavour, edificio acquisito dall'Accademia Militare nel 1883. La sede fu trasferita allora in Viale Carlo Sigonio fino al 6 agosto 1959, quando le sorelle si installarono provvisoriamente a villa Marazzi a Baggiovara, per trasferirsi poi il 19 agosto ’63 nel nuovo monastero. La sede di Viale Sigonio fu demolita per costruire l'attuale palazzo a forma di stella, uno dei tanti obbrobri urbanistici del dopoguerra. Sopravvive la chiesa, dedicata alla Mater Misericordiae.
Tra Via Modonella e Via Gherarda chi passa vede ancora le facciate e gli ingressi di due cinema non più esistenti, il Metropol e lo Splendor. Pochi però sanno che il Metropol, che un tempo si chiamava Vittorio Emanuele, sorse dall'abbattimento della chiesa di San Carlino Rotondo, lì edificata tra 1628 e 1634 per ospitare la Congregazione della Beata Vergine e di San Carlo. "Nel 1912 il fabbricato fu venduto al signor Giovanni Violi, riserbandosi la Congregazione la proprietà della suppellettile sacra, dei quadri, marmi, bassorilievi e statue.
 

Il Violi a sua volta lo cedette al signor Fortunato Debri e Soci, che lo ridussero a sala per cinematografo. Per qualche tempo persistette ancora la facciata della chiesa, mentre all'interno funzionava già il Cinematografo Vittorio Emanuele; ma poi essa pure fu demolita, ed allora un'altra ne fu costruita in armonia colla destinazione del locale".

Il cinquecentesco oratorio di San Rocco era dedicato al santo protettore dalla peste, e aveva la facciata su Via Belle Arti. Sopravvisse come oratorio fino al 1785, per poi diventare "deposito per vendita di combustibili; nel 1791 l'Opera Pia la diede in enfiteusi ad una Società di Dilettanti Filodrammatici, i quali la convertirono in teatro, che fu denominato Teatro di S. Rocco", sopravvissuto fino al 1831. Nel 1835, con la città in preda al colera, si propose di riaprire la chiesa al culto, e con l'approvazione di Francesco IV ebbero inizio i lavori, terminati nel 1841, che spostarono la facciata in Via Niccolò Cavallerini, con nelle nicchie due statue, Sant'Omobono e San Sebastiano, realizzate da Luigi Righi. La chiesa venne chiusa nel 1943, e venduta a privati. Non so purtroppo dove siano finite le statue.

In Via Cerca (nel tratto che ora è intitolato a Bernardino Ramazzini) nel Cinquecento la Compagnia di San Pietro Martire si radunava in un oratorio, sul cui altare era collocata la tela del Correggio raffigurante San Giorgio e il drago, tolta da lì da Francesco I nel 1649 e venduta poi da Francesco III all'Elettore di Sassonia. L'oratorio, ricostruito nel 1667, sopravvisse fino agli inizi del Novecento, quando fu demolito per realizzare l'Istituto Pediatrico "Pietro Silingardi".

Da Corso Canalgrande una strada non rettilinea ci conduce a Viale Caduti in Guerra. È Via San Giovanni del Cantone. Lì alla fine del XII secolo, come dicono i cronisti modenesi, "fuit aedificata Ecclesia Sancti Johannis Baptistae in Angulo, sic dicta quia est in angulo civitatis": era cioè addossata a una sporgenza delle mura. Quando nella metà del Cinquecento il duca Ercole II procedette all’ampliamento della città verso nord e alla costruzione delle nuove mura, la chiesa rischiò di essere abbattuta. Ma, come ci racconta il cronista Tommasino Lancellotti, "Santo Zohano Baptista, giesa antiquissima de Modena", fu salvata allargando l'originale progetto del tracciato delle mura: la chiesa era infatti "Cappella del Castello", e lì la corte si recava per le funzioni religiose. La chiesa era molto antica, dimostrava i suoi anni e necessitava di riparazioni. Un altro cronista, Giovan Battista Spaccini, ci ricorda che il 10 settembre 1596 "fu finito di fabbricare San Giovanni del Cantone Commenda dei Cavalieri di Malta". Le vicende della chiesa non erano però ancora terminate. Nel 1797 i beni dell'Ordine di Malta furono dichiarati nazionali e la chiesa svuotata e chiusa al culto. "Sul principio del secolo XIX la chiesa serviva per cantina e usi vari ai signori Bianchi, che avevano comperato non solo la chiesa, ma ancora la casa e il giardino verso le mura della città, e più tardi gli stabili passarono all'Opera Pia Bianchi".

Non era ancora finita. Nel 1855, mentre a Modena infuriava il colera, l'arcivescovo Francesco Emilio Cugini, "onde placare Iddio", invitò i Modenesi a riaprire alcune delle chiese chiuse al culto durante la Rivoluzione Francese. La scelta cadde su San Giovanni del Cantone. Acquistato l'edificio dall'Opera Pia Bianchi, si diede inizio ai lavori, completati però soltanto nel 1883, quando la chiesa fu aperta al culto.

Il destino però incombeva. Nell'ottobre del 1956 la chiesa e il monastero delle Carmelitane adiacente vennero venduti a quella che allora si chiamava INAM, e demoliti immediatamente per far posto alla nuova sede. Le Carmelitane si traferirono in un nuovo convento a Sassuolo. Le colonne della chiesa servirono per costruire il portico del Palazzo Comunale da Piazzetta delle Ova a Via Scudari.

Gli sventramenti ottocenteschi per realizzare Piazza XX Settembre e il Mercato coperto di Via Albinelli hanno tolto alla città quanto restava dell’oratorio della Buona Morte, della chiesa e dell'ospedale della Confraternita di San Giovanni Battista. Erano, come ci informa Gusmano Soli, tra la "Contrada già Carceri, oggi Luigi Albinelli, quasi di fronte alla Caserma dei Pompieri", e "la Beccheria Grande, presso a poco all'angolo sud-est del Palazzo di Giustizia", edifici demoliti che possiamo riconoscere in rare antiche fotografie. Le Beccherie erano affrescate, e ne restano testimonianza alla Galleria Estense alcuni frammenti di quanto vi aveva dipinto nel 1537 Niccolò dell'Abate.

Nell'Oratorio era collocato il Compianto su Cristo morto di Guido Mazzoni. "Nel 1774, allorché fu soppresso l'oratorio, il gruppo fu trasportato nella cappella delle Carceri Comunali dedicata a S. Nicolò, ove stette fino al 1853.

Nel 1854, previa restaurazione, l'insigne lavoro fu posto nella chiesa già di San Michele, ora di San Giovanni Battista, ove trovasi tuttora".

Anche nella Cittadella era stata eretta una chiesa, dedicata a Sant'Antonio da Padova. Era all'inizio un oratorio, e il duca lo fece ricostruire, aumentandone le dimensioni e inaugurandolo il 20 settembre 1845. Chiusa nel 1871, destinata a magazzino, fu demolita nel 1954. La nuova chiesa dedicata al santo sorgerà poco distante in quella che era la Cittadella nel 1962, e lì venne trasferita la sede parrocchiale della chiesa di San Cataldo.

Di fronte alla chiesa di San Francesco si apre Via San Giacomo, che quasi subito si allarga in un piazzale che porta lo stesso nome. Da qui si vedono le absidi di una chiesa. Era dedicata ai Santi Filippo e Giacomo, e prima che il terremoto del 1501 la rendesse inagibile era orientata liturgicamente, con l'abside su quello che era allora il Canale Chiaro. I lavori di ricostruzione, lentissimi, durarono dal 1525 al 1553 e ne rovesciarono l'assetto est-ovest. La parrocchia fu soppressa nel 1774, e la chiesa fu assegnata a una Opera Pia, e più tardi ridotta ad abitazione.

La guerra ha distrutto la chiesa di San Salvatore, per i Modenesi chiesa dei Servi, e ne sopravvive soltanto il campanile. Sull'acciottolato è possibile ripercorrere le dimensioni della chiesa.

Modena aveva un tempo due chiese dedicate a San Biagio.

Una, non più esistente, era sulla Via Emilia: "La strada maestra (Via Emilia) sulla metà del secolo XVIII presentava un andamento serpeggiante, ed in alcuni punti era così stretta che a fatica si potevano dare lo scambio i veicoli. Dal 1760 al 1769 fu in gran parte ampliata nel suo tratto occidentale … Allora si vide la necessità di sopprimere la chiesa di S. Biagio, e nel 1768 la parrocchia fu trasportata nella chiesa del Carmine presso i PP. Carmelitani … Sull'area dove sorgeva la chiesa e la canonica e su quella di una casa contigua di proprietà Rangoni fu edificata la casa Munarini trasformata poi nell'attuale Palazzo Montecuccoli degli Erri", ora sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena. Una chiesa davvero sfortunata, perché il terribile terremoto del 1501 l'aveva distrutta, come racconta il cronista Jacopino de' Bianchi: "Ruinò tuto a tera San Biaxo e tuto el suo portego fato in volta, benché prima per el teremoto non fuse dato a terra, ma tuto sfrazelato: non li romaxe se non la sponda de verso le caxe et quela dela testade". Era stata ricostruita nel 1527.

bussirolando@gmail.com

(17, continua)

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