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«Poter aiutare la gente? È un dono impagabile»

mODENA. Le emozioni di Beatrice che presta servizio alla Croce Blu

modena. Io non faccio volontariato, io sono una volontaria. Lo dico sempre con fierezza, identificandomi nella mia attività. Quando ne parlo, le mie conoscenze si dividono in due grandi gruppi: coloro che mi vedono come una figura mitica da ammirare e coloro che, un po’ spaesati, mi chiedono “perché”?

La verità è che non esiste un motivo preciso. Meglio, ne esistono troppi per essere spiegati.

Potrei dire che, tornata a casa, mentre tolgo la divisa, la soddisfazione e il piacere che lascia add ...

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modena. Io non faccio volontariato, io sono una volontaria. Lo dico sempre con fierezza, identificandomi nella mia attività. Quando ne parlo, le mie conoscenze si dividono in due grandi gruppi: coloro che mi vedono come una figura mitica da ammirare e coloro che, un po’ spaesati, mi chiedono “perché”?

La verità è che non esiste un motivo preciso. Meglio, ne esistono troppi per essere spiegati.

Potrei dire che, tornata a casa, mentre tolgo la divisa, la soddisfazione e il piacere che lascia addosso l’aver fatto del bene non si leva; che i sorrisi, le mani strette, l’abbraccio o solo un respiro che si fa meno affannoso sono impagabili; che la tua associazione diventa la tua seconda casa, non puoi più fare a meno di nessuno dei loro componenti: conosci persone che mosse dai tuoi stessi motivi sono lì a regalare ore, coscienti del fatto che il tempo è il bene più grande che possediamo.

Si creano legami incredibili (che durano qualche minuto o che durano anni) come se tutti, da una parte o dall’altra dell’ambulanza, si rendessero improvvisamente conto di quanto sia normale esserci.

Non pensiamo mai che esistano sconosciuti indispensabili e invece, quando non abbiamo più le forze e gli strumenti per badare a noi stessi, sono proprio gli sconosciuti che arrivano ad accudirci. Non ci interessiamo di chi siano, di come vadano vestiti, di dove abitino o quale sia la loro storia: le persone sono tutte fondamentali in quanto esseri umani e, tra esseri umani, ci si aiuta.

Quando ho davanti a me un mio coetaneo che quella sera ha esagerato con l’alcol, sento rimbombare i pensieri dei passanti. L’immagine è quella di un demonio soccorso da un angelo.

Vorrei che chiunque smettesse di farsi volontariamente del male, certo. Ma vorrei anche, insieme ai miei colleghi, non essere considerata un angelo.

Anche noi possiamo fare cose stupide, incoscienti, rischiose. Anche noi un giorno potremmo avere bisogno. Chi soccorre non si ritiene in alcun modo migliore di chi è soccorso.

Vorrei piuttosto che al giudizio venisse sostituita una domanda: perché una persona arriva a tenere così poco alla propria vita? Più sto a contatto con queste situazioni, più capisco quanto puntare il dito sia un atteggiamento ipocrita.

Essere un volontario (e nel mio caso, un volontario del soccorso) non rende speciali. Portare a casa un anziano o salvare una vita non rende unici. Un grazie fugace o un insulto spesso sono la conclusione dei nostri fugaci rapporti, ma ho capito che qualcosa rimane. Ciò che abbiamo fatto, ogni volta con tutta l’energia e la volontà che abbiamo in corpo, resta.

La verità è che siamo e rimaniamo nessuno: i nostri volti, le nostre voci, le nostre parole vengono dimenticate. Quello che facciamo non è la via più facile per sentirsi eroi, ma quella più bella e gratificante di sentirsi esseri umani.

Questi sono essenzialmente i motivi che ogni giovedì sera mi fanno andare in Croce Blu e che spingono tutti i volontari delle pubbliche assistenze a continuare nel loro importante operato, che mi fanno passare la notte di capodanno nella mia sede con persone meravigliose e che mi fanno dire che non abbandonerò mai la divisa arancione di cui vado così fiera.

Niente viene perso: tutto è valore aggiunto alla vita, alla comunità, a te stesso.

Beatrice Rezzaghi